La storia del '900 di Cividale

A cura di Giulia Sattolo

 

CIVIDALE DEL FRIULI DOPO L’ANNESSIONE AL REGNO D’ITALIA (1866-1911)

Conclusasi nel 1866 la terza Guerra d’indipendenza con l’Armistizio di Cormons, i reggimenti dell’esercito italiano entrarono a Udine il 26 luglio. Nei giorni del 21 e 22 ottobre, con il voto plebiscitario, vi fu l’annessione del Friuli al Regno d’Italia; il confine orientale venne definito dal corso del fiume Judrio. 

Cividale del Friuli si trovò ancora una volta ad essere una terra di confine, caratterizzata da una società tipicamente rurale che, durante i cinquant’anni di pace che segnarono il periodo antecedente al primo conflitto mondiale, intraprese un processo di progresso economico e sociale legato alla nascente industria e in particolare a quella delle ferriere, dei cotonifici, delle tessiture. Grandi opere pubbliche furono intraprese come la costruzione del canale Ledra-Tagliamento e la realizzazione di una articolata rete ferroviaria. 

Nell’Ottocento le ferrovie diventarono l’innovazione tecnologica di riferimento per lo sviluppo economico, sociale e culturale. In Friuli vennero tracciati nuovi percorsi ferrati per favorire i commerci con il territorio austriaco. Due furono le proposte: la prima, a partire dalla linea ferroviaria di Trieste-Gorizia, avrebbe dovuto proseguire attraverso Cividale, in direzione del passo del Predil, sino a Tarvisio; la seconda, la Pontebbana, partiva da Udine, passava da Gemona e raggiungeva Tarvisio. Dei due progetti, solo quest’ultima trovò realizzazione. Nuove stazioni vennero progettate, come quella di Cividale, realizzata nel 1886 assieme alla tratta ferroviaria che la collegava la nuova stazione a Udine. Le prime sei coppie di treni ridussero a mezz’ora la tratta fra le due città, abitualmente percorsa in un’ora e mezza di carrozza. Grazie alla ferrovia, Cividale fu subito irrorata da nuova linfa culturale ed economica. In occasione dell’inaugurazione ufficiale della nuova tratta ferroviaria, avvenuta in forma solenne il 4 luglio 1886, il settimanale cittadino Forvm Jvlii, dedicò un numero straordinario all’evento. Ben sedici pagine furono dedicate alla nuova stazione. Forvm Jvlii si apriva con un preambolo che fungeva da dedica, e passava poi alla descrizione della nascita di questa tratta ferroviaria, con tanto di odi celebrative. Il numero speciale era corredato anche da pagine dedicate alla storia di Cividale, con i personaggi più noti, le associazioni e gli istituti illustri fra le quali la Società Operaia. E poi molte leggende legate alla nascita del Ponte del Diavolo, la numismatica, e a corredo del settimanale diverse foto dell’epoca.

Di particolare originalità l’articolo firmato da Domenico Indri, “Cent’anni dopo”, nel quale il lettore veniva proiettato al 4 luglio 1986. L’autore descrive una folla felice di presenziare alla cerimonia per i cento anni della stazione di Cividale, e immagina il discorso del sindaco, otto minuti di rievocazione e celebrazione della tratta ferroviaria. Un discorso in cui trovano eco le polemiche che si erano levate nel 1886 per mano degli scettici, che avevano criticato la costruzione della ferrovia.

La nascente industria elettrica, l’innovazione e il miglioramento dell’agricoltura sia nelle coltivazioni che nell’allevamento, apportarono anche a Cividale uno sviluppo importante che si affiancò alle tradizionali colture dove predominava il frumento e il granturco; qui trovarono sempre più spazio anche i frutteti e i vigneti, mentre un importante ruolo era sostenuto della bachicoltura e dell’allevamento bovino.

Legata all’agricoltura era la tradizionale e importante fiera di San Martino che riempiva le vie e le piazze con ogni sorta di prodotti della campagna, dell’allevamento bovino e di quello fornito dagli animali da cortile.

Le attività industriali si svilupparono intorno alla produzione tessile come è testimoniato dalle numerose filande e dai laboratori che erano presenti in città; ma vi erano pure cartiere, delle fornaci e il grande cementificio. Iniziò a farsi strada anche il ceto operaio poiché compaiono le prime officine meccaniche e le ferramenta si attrezzarono per rispondere ai bisogni della modernità. 

Cividale diventò una cittadina completa, sia rurale ma anche attiva nel commercio e nell’artigianato che la portò, di conseguenza, ad essere un importante centro emporiale. Erano presenti, inoltre, panifici, botteghe di frutta e verdura e molto operosa era l’attività di noleggio di carri con cavalli. Per quanto concerneva il ristoro, la città offriva trattorie, osterie e locande, quattro alberghi e numerosi caffè dove si svolgeva una vivace vita sociale, culturale e artistica.

Tra i suoi cittadini si annoverano diverse figure attive nelle professioni liberali: molteplici gli avvocati appartenenti alle famiglie della nobiltà locale: Brosadola, de Pollis, Nussi, Sandrini solo per nominarne alcuni; numerosi i periti geometri, quattro i medici condotti, un dentista, tre farmacisti e quattro levatrici. 

Nel 1876 viene istituito il Regio Ginnasio, che si affiancò agli altri luoghi di formazione e alle nascenti società culturali, sportive e politiche. 

Nel 1869 si costituisce a Cividale la Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione concretizzando quelle istanze solidaristiche che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rivendicavano azioni reali di sostegno e tutela della classe operaia. Lo scopo era quello di assistere gli iscritti in caso di malattia, invalidità, maternità e vecchiaia erogando loro un sussidio in denaro grazie alla cassa sociale costituita dai versamenti mensili dei singoli affiliati. Alla funzione mutualistica dell’ente vennero affiancate attività di carattere sociale ed educativo sia attraverso momenti festivi di incontro tra i soci che nell’istituzione di specifiche entità culturali quali la Scuola di Disegno (1878), la Scuola d’Intaglio (1884), la Scuola di Plastica (1889) che confluiranno successivamente nella Scuola d’Arte e Mestieri e la Scuola Educativa Popolare (1902). 

Il primo censimento successivo all’Unità d’Italia risale al 31 dicembre 1871 e assegna a Cividale quasi 8.500 abitanti che rimasero sostanzialmente tali anche in quello successivo del 1881, per raggiungere poi quota 9.041 nel 1901 e 10.031 nel 1911.

 

IL 1914

Con lo scoppio della Grande Guerra in Europa il 28 luglio 1914, i massicci flussi di emigrazione che avevano caratterizzato tutto il corso dell’Ottocento e i primi anni del Novecento e che erano indirizzati verso le tradizionali mete dell’Austria e della Baviera, si interruppero bruscamente obbligando molti emigranti a rimpatriare. Nell’ottobre del 1914 i rimpatriati ammontavano a circa 62.000 unità, a dicembre il numero raggiunse quota 83.275 contribuendo di fatto ad un aumento di circa un decimo della popolazione friulana.

Gli emigranti, che all’estero erano stati impiegati nelle fornaci, nelle miniere, nella tessitura, nell’edilizia, nella carpenteria e nel lavoro in bosco e nelle segherie, al loro ritorno vivevano spesso una situazione di estremo disagio; privi di bagaglio e masserizie ma soprattutto di salario.

Da un’inchiesta basata sui dati raccolti dall’Ufficio provinciale del Lavoro e pervenuta alla Regia Prefettura, la situazione dei lavoratori a Cividale del Friuli, alla fine del 1914, era così composta: 4992 rimpatriati, 3417 disoccupati e 1902 bisognosi.

Nel 1914 il Municipio di Cividale diede il suo patrocinio per la nascita di un Comitato Pro – Disoccupati e il neo eletto presidente Freschi si rivolse alla Società Operaia cittadina per un sostegno economico. Al comitato affluirono numerose richieste d’aiuto da parte di quei lavoratori che, rimpatriati coattamente, si ritrovarono nell’impossibilità di sostenere le proprie famiglie.

Grazie all’aiuto della SOMSI nei locali dell’Unione Commercianti venne istituito uno sportello d’accoglienza per aiutare chi stesse rientrando. L’addetto registrava nomi e cognomi degli emigranti nonché la località estera dove si erano stabiliti; a questi documenti venivano allegati i reclami da spedire al Segretariato dell’emigrazione di Udine.

Il barone Elio Morpurgo, sensibile ed attento alle problematiche ed alle esigenze dei rimpatriati, assieme ad altri deputati friulani, ottenne dal Parlamento italiano sia l’invio immediato di sussidi che la concessione di facilitazioni finanziarie, tariffarie e nei servizi necessarie ai rientrati. 

Il clima di tensione e le difficoltà economiche che già agli inizi del 1914 investirono la società cividalese influirono anche sull’operato della Società Operaia.

La mobilitazione che coinvolse la città a seguito dell’entrata in guerra del Regno d’Italia il 24 maggio 1915, ebbe conseguenze dirette sullo svolgimento delle attività educative del sodalizio ed in particolare della Scuola d’Arte e Mestieri. Dopo un periodo di incertezza l’anno scolastico 1915 -1916 vide comunque l’avvio nello studio fotografico del direttore, il professor Arturo Verderi. Se questo permise di limitare il disagio provocato dall’occupazione delle aule, trasformate in ospedale militare, i nuovi spazi non consentirono di svolgere l’insegnamento completo dei programmi. 

La direzione della scuola fece fronte ai limiti d’orario imposti dal coprifuoco ottenendo un lasciapassare interno per gli allievi delle frazioni impegnati nei laboratori fin oltre le nove. 

Sebbene le chiamate al fronte ridussero il numero degli studenti, ai primi di agosto del 1916 la Scuola d’Arte e Mestieri fu ancora in grado di garantire il corretto svolgimento degli esami e assegnare i premi agli alunni più meritevoli. 

 

CIVIDALE NELLA GRANDE GUERRA

INTRODUZIONE ALLA LA PRIMA GUERRA MONDIALE

La neutralità è per l’Italia un preciso dovere, non si tratta, no, di un espediente di piccola codardia per cui, mentre gli altri si battono, essa riesce a trarsi in disparte; si tratta di un dovere altissimo verso l’Europa, di un dovere verso l’umanità verso la quale si richiede […] di non estendere ed aggravare la carneficina colla propria partecipazione non giustificata da alcun motivo evidente ed imperioso. Scriveva così il 2 agosto 1914 il quotidiano Il Secolo . 

Nel luglio 1914 il governo italiano era stato colto di sorpresa dagli avvenimenti: l’Austria, infatti, non solo aveva inviato l’ultimatum alla Serbia senza informare il nostro Paese, ma aveva dato inizio ad una guerra offensiva che era in aperto contrasto con quanto prevedeva il trattato della Triplice Alleanza.

A buon diritto, pertanto, il 2 agosto 1914 l’Italia aveva dichiarato ufficialmente la sua neutralità, offrendo così ai francesi la possibilità di sguarnire la frontiera alpina e di concentrare tutte le forze disponibili sulla Marna a difesa di Parigi.

L’opinione pubblica era divisa in due correnti principali, salvo pochissimi che si mostravano disposti a restare a fianco degli Imperi Centrali; da una parte c’erano i neutralisti (cattolici, socialisti e liberali) e dall’altra gli interventisti.

Bisogna uscire dalla neutralità, oggi […]. Se uscissimo tardi, noi incorreremmo nella maggiore sventura se vincessero gli austro-germanici, o saremmo poco apprezzati se vincessero gli alleati occidentali. Un tardivo nostro intervento contro l’Austria disfatta ci assicurerebbe, come molti giornali hanno osservato, la triste fama di discendenti di Maramaldo”.  Questo è il parere espresso da La Stampa il 23 settembre 1914.

Nei dieci mesi che trascorsero dall’agosto del 1914 al maggio 1915 si susseguirono accese discussioni, violente dimostrazioni e tormentose incertezze, mentre il governo italiano cercava di ottenere da Vienna, in cambio della neutralità, compensi territoriali nel Trentino e nell’Istria. Nello stesso tempo le potenze dell’intesa tentavano di attirare l’Italia dalla loro parte. 

Alla fine però, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, si decise a firmare con le potenze dell’Intesa, il 26 aprile 1915, il cosiddetto Patto di Londra: l’Italia garantiva agli alleati  il proprio intervento al loro fianco entro un tempo massimo di 30 giorni; gli alleati le riconoscevano il diritto di estendere il proprio territorio all’Istria e alla Venezia Tridentina e di annettersi definitivamente il Dodecanneso, una parte della Dalmazia, nonché un equo compenso coloniale, nel momento in cui la Francia e l’Inghilterra si fossero spartite i territori delle colonie tedesche in Africa.

Questo patto rimase segreto fino al 1917.

Il 24 maggio 1915 il Regno d’Italia dichiarò guerra solo alla Monarchia Asburgica dopo averle inviato il giorno prima un ultimatum: fu l’inizio delle ostilità sul fronte italo – austriaco.

Il Friuli divenne così, per oltre due anni, dal maggio 1914 fino alla rotta di Caporetto del 1917, retrovia del cruento fronte di guerra per poi essere occupato da un esercito di oltre un milione di uomini contando solamente 600.000 abitanti.

Nella prima metà di maggio il Friuli era già colmo di armati; infatti, già dal mese di marzo l’afflusso militare si era accentuato mettendo a dura prova la capacità di assorbimento della regione ed urgente si era fatta la necessità di strutture fortificate belliche sia di difesa che di offesa.

Si costruirono celermente strade, ponti e trincee ed a tutti questi lavori vi contribuì la gente locale.

La popolazione che durante il periodo di neutralità aveva contribuito a tali costruzioni al momento dell’entrata in guerra si mise anche a disposizione dei Comandi collaborando con i soldati.

Allo scoppio della guerra il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Luigi Cadorna, era convinto che il conflitto si sarebbe concluso in tempi brevi, attraverso una serie di spallate che avrebbero travolto le truppe austro-ungariche, ma fin dall’inizio la realtà si presentò alquanto diversa.  Il confine che, alla fine della III guerra d’indipendenza, venne tracciato nel 1866 fu studiato in modo approfondito dai governanti di Vienna in quanto aveva lasciato all’Austria il controllo dei passi e di tutte le vette che erano stati fortificati da trincee e da camminamenti costruiti a scopo difensivo.

L’esercito italiano si trovò quindi a combattere in una situazione di forte svantaggio; seppur numericamente superiore era equipaggiato con armamenti non all’altezza ed antiquati.  L’esercito asburgico era numericamente inferiore ma era meglio organizzato e adeguatamente e qualitativamente meglio equipaggiato. La guerra si presentò dura  soprattutto a causa della natura impervia del fronte che comportò combattimenti in condizioni disumane; i problemi logistici,  che furono una conseguenza ovvia, obbligarono i reparti del genio a ricorrere ad ogni espediente possibile per poter consentire gli spostamenti.

Il piano offensivo del Generale Cadorna venne impostato, lungo la linea di  confine, in tre macro-aree di intervento: la prima prevedeva un’ offensiva sul fronte giuliano, atto a superare l’Isonzo e a raggiungere la linea della Sava; la seconda, consisteva sostanzialmente nel mantenimento delle posizioni sul fronte tridentino atte a rafforzare soprattutto quella zona che, più di altre, presentava un minaccioso incuneamento di territori nemici verso quelli italiani; il terzo comprendeva l’offensiva in Cadore e in Carnia con obiettivo finale di uno sbocco verso la Carinzia. 

All’inizio delle ostilità le truppe italiane si attestarono quasi ovunque oltre le linee nemiche, conquistando delle buone basi di partenza per le azioni successive. Sul fronte giuliano si conquistarono Caporetto e si presero la dorsale montuosa fra l’Isonzo e lo Judrio mentre in pianura si sfondarono subitamente le linee imperiali attestandosi a Cormòns, Cervignano e Grado.  Ai primi di giugno Gradisca d’Isonzo cadde nelle mani italiane così pure Monfalcone e il Monte Nero.

In seguito l’offensiva italiana rallentò enormemente e l’avanzata divenne sempre più difficile poiché l’esercito imperiale, oltre ad avere una maggiore esperienza di guerra in trincea, aveva il vantaggio delle posizioni, tutte dominanti su quelle italiane. 

L’insensata tattica di Cadorna sacrificò molti uomini per raggiungere i fini desiderati e l’esercito italiano venne lanciato all’assalto frontale dell’esercito nemico in ben undici battaglie sull’Isonzo con una perdita spaventosa in numero di uomini.

 

24 MAGGIO 1915 CIVIDALE

Sul fronte della 2° Armata dal Canin al Carso le truppe italiane varcarono il confine di Pulfero,a Stupizza ed a Luico (Livek) puntando su Caporetto. La cittadina slovena era stata occupata nel pomeriggio  del 24  maggio senza incontrare resistenza perché le truppe austriache avevano lasciato l’abitato per ritirarsi sulle montagne dove avevano preparato delle opere di difesa.

A Cividale, qualche giorno prima della dichiarazione di guerra, gli abitanti videro scavare velocemente delle trincee intorno alla città e costruire dei ponti sul Natisone, ad Azzida, a Purgessimo ed a Grupignano.

Nel tardo pomeriggio del 24 maggio ebbero notizia dell’avanzata ed esplosero in dimostrazioni di giubilo; verso sera arrivò qualche ferito mentre nella piazza del Duomo si bruciava una bandiera austriaca e si fecero alcuni arresti di persone ritenute sospette.

Il Monastero delle Orsoline si trovò coinvolto pienamente negli avvenimenti bellici. Il 26 luglio, infatti, aprì generosamente le porte per accogliere i malati di febbri infettive.  Il 31° Ospedale da Campo da quel momento si stabilì presso l’educandato con le scuole ed il loggiato e venne accolto con grande dignità dalla  Superiora, Madre Maria Alfonsa Coletti che vegliava su tutto dalle 5 del mattino, e non volle nessun compenso.

Si pensava ad una pace immediata, vista la rapidità con cui l’esercito italiano stava avanzando; ben presto invece, si dovette arrestare davanti alle forti difese che gli austriaci avevano preparato.

La conduzione del conflitto non fu veloce come si pensava e questo fece in modo che alcuni generali perdessero il comando. Gli ordini impartiti dall’alto erano indiscutibili e consistevano nello sfondare le trincee nemiche; Cividale diventò così una città militarizzata e si trasformò in una retrovia dell’esercito italiano.

 

BREVE CRONOLOGIA FATTI STORICI 1915

23 giugno PRIMA offensiva sull’Isonzo che si concluse il 7 luglio. Attacco frontale contro esercito nemico che non ebbe esito positivo e che provocò, invece, la perdita di molte vite umane.

18 luglio. SECONDA offensiva frontale sull’Isonzo che si concluse il 4 agosto sempre con risultati negativi per l’esercito italiano.

21 agosto. L’Italia dichiara guerra alla Turchia.

18 ottobre. TERZA battaglia sull’Isonzo che durò fino al 4 novembre.

10 novembre. QUARTA battaglia sull’Isonzo dove l’esercito italiano cercò inutilmente di sfondare la linea difensiva degli austriaci.

Al termine delle quattro battaglie sull’Isonzo nell’esercito italiano si conteranno delle gravissime perdite: 62.000 morti e 170.000 feriti ovvero un quarto delle forze mobilitate.

 

1915

Cividale era strategicamente importante per la sua collocazione geografica e non solo: offriva tutti i servizi basilari ai soldati che erano in prima linea; vi erano servizi sanitari, servizi di veterinaria, magazzini per il rifornimento e di deposito, servizi di sussistenza ed i posizionamenti per le artiglierie pesanti.  Fungeva da base logistica sia per i soldati che partivano per il fronte che per quelli che vi tornavano.

Questo comportò anche l’adeguamento dimensionale delle strade, infatti, esse furono allargate onde permettere il passaggio di mezzi pesanti.

Il notevole affluire di truppe militari e materiale in città aveva conseguentemente trasformato le strade in uno stato deplorevole, il fango sovrabbondava sulle carreggiate e pure la polvere. Tutto questo ostacolava la circolazione  tanto è che l’Intendenza della 2° Armata aveva più volte esortato il Comune a provvedere alla manutenzione.

A Cividale nelle giornate di scirocco il transito era reso addirittura impossibile a causa della fanghiglia presente.

I soldati iniziarono a saccheggiare le vigne ed i campi dove si accampavano arrecando così gravi danni alle colture ed alle famiglie di contadini. Iniziarono a scarseggiare i raccolti di frumento, segale ed orzo e questo spinse la popolazione e soprattutto le donne e gli operai alla protesta.   Il lavoro era iniziato a mancare e l’inflazione, brutalmente aumentata, contribuì a impoverire ancora maggiormente le classi più povere.

Aumentarono i decessi e le malattie infettive causate soprattutto dalla malnutrizione e contemporaneamente diminuirono le nascite. Per migliorare questa situazione davvero disastrosa, il parroco di Cividale mons. Valentino Liva, che aveva iniziato l’azione pastorale a Cividale dal 1913, inviò a mezzo stampa, avvisi alle famiglie componenti la “Pia Opera di S. Vincenzo” per prestare aiuto a domicilio ai poveri.   

Con l’arrivo sempre più copioso delle truppe i problemi ed i disagi per la popolazione aumentarono e la gente fu costretta quotidianamente ad affrontare situazioni dolorose e difficili.

La sera del 26 giugno, per la prima volta, vennero lanciate delle bombe su Cividale e persino delle frecce costituite da un cono appuntito;  il 5 luglio ci fu un altro attacco aereo ed un altro ancora il 15 agosto.

Il Comune aveva realizzato un osservatorio sul campanile del Duomo  affinché i soldati addetti potessero avvisare la popolazione dell’arrivo degli aeroplani austriaci che di solito lanciavano le bombe nelle ore notturne.

Alcuni gruppi di cittadini, mossi da spirito compassionevole, andavano a confortare I feriti in transito che venivano adunati alla stazione ferroviaria in attesa di ripartire.

La popolazione soccorreva i feriti ricoverati negli ospedali che a Cividale erano dieci di cui uno ubicato presso la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione (SOMSI).

Durante il 1914, con l’imminenza della guerra e la mobilitazione generale  che si verificò non solo in Friuli ma in tutto il Regno d’Italia, la SOMSI aveva messo a disposizione  i propri ambienti per la gestione militare del territorio.

I locali della scuola di arti e mestieri, istituita presso la SOMSI, dal mese di giugno erano stati occupati dall’autorità militare e vennero adibiti ad uso di Ospedale; molti mobili utilizzati per uso scolastico vennero requisiti poi dalla direzione dell’ospedale stesso.

Nei mesi estivi del 1915 iniziarono a manifestarsi i primi casi di  colera tra la popolazione civile. La Giunta comunale dovette prendere provvedimenti immediati e necessari per debellare l’infezione ma anche per ridare fiducia alla popolazione che di questo era rimasta molto turbata.

La situazione d’emergenza aveva promosso la costituzione di vari comitati cittadini che concentravano le loro azioni in opere di assistenza.    

Nel 1914 il Municipio di Cividale aveva dato il suo patrocinio per la nascita di un Comitato Pro – Disoccupati ed il neo eletto Presidente Freschi si rivolse al Presidente della SOMSI in carica, Zanuttini Ettore, affinché la Società potesse aiutarlo sostenendolo economicamente.   A questo comitato affluirono numerose richieste d’aiuto da parte di lavoratori che dovettero rimpatriare coattamente dall’estero dove lavoravano e che si ritrovarono così privi di un impiego necessario per il sostentamento delle proprie famiglie.

Infatti, a causa dell’imminenza della guerra che imperversava in tutta Europa, gli operai che si trovavano a lavorare fuori dai confini nazionali furono costretti a rimpatriare.  La situazione peggiorava ogni giorno di più poiché oltre agli uomini che risposero alla chiamata alle armi  e che dovettero abbandonare le loro famiglie, anche i lavoratori che erano impiegati negli opifici si ritrovarono le fabbriche chiuse. Gli italiani emigrati all’estero e costretti a rimpatriare si trovarono senza prospettive e garanzie  lavorativa, in una condizione di disoccupazione involontaria.

Fu pertanto necessario aiutare i rimpatriati cercando di inserirli nell’esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria e di lavori pubblici e privati urgenti, data anche l’offerta della manodopera a buone condizioni.

Gli emigranti potevano rivolgersi al Segretariato dell’emigrazione presso via della Posta ad Udine dove potevano sporgere reclamo anche per i salari che non avevano percepito, per i bagagli e tutti gli oggetti smarriti e o abbandonati all’estero. Era molto importante, per questi cittadini appena rimpatriati, poter risolvere questi problemi relativi alle mancate pervenute o allo smarrimento poiché non possedevano molti beni. Molte volte, se i beni non si ritrovavano si procedeva con indennizzi in denaro.

A Cividale, grazie all’aiuto della SOMSI, un apposito incaricato era stato messo a disposizione degli emigranti dalle ore 11 alle 12 e nel primo pomeriggio dalle ore 14 alle ore 16, presso l’Unione Commercianti che aveva sede nel Palazzo della Banca Commerciale.  Ivi, l’addetto, registrava i nomi ed i cognomi degli emigranti nonché la località estera dove si erano stabiliti; a questi documenti  vi allegava i reclami che venivano spediti al Segretariato dell’emigrazione di Udine.

Fu il Barone Morpurgo a dimostrarsi il più sensibile ed attento alle problematiche ed alle esigenze dei friulani rimpatriati. Assieme ad altri deputati friulani si fece promotore della presentazione in parlamento di una relazione che contenesse tutte le richieste provenienti dal Friuli per sostenere la situazione e la delicata nonché difficile condizione che si era creata.  Morpurgo aveva richiesto un immediato invio di sussidi  e di proroghe necessarie agli emigranti: la sua richiesta ebbe esito positivo.

Nella città ducale vi furono anche altre iniziative d’assistenza come l’Opera del Comitato di Assistenza Civile sorto per fronteggiare le drammatiche esigenze che si presentavano quotidianamente durante il conflitto. 

Possiamo dividere l’operato svolto da questo Comitato in due periodi: il primo comprende il lasso di tempo fra l’entrata in guerra del Regno d’Italia, il 24 maggio 1915, fino alla fine del 1916.

Il secondo comprende le date dal 1°gennaio 1917 al 31 gennaio 1918 periodo durante il quale l’attività del Comitato divenne regolare poiché ci fu anche l’approvazione di un breve Statuto approvato dall’autorità governativa.

Numerose furono le donazioni fatte al Comitato e che vennero adoperate per l’assistenza ai feriti, ai malati e per sostenere le famiglie. Fu grazie al contributo del Comitato che l’Ufficio Notizie poté continuare a svolgere la sua mansione.

Prima che il Comitato si formasse (ufficializzato nell’ufficio del Sindaco nei primi giorni di giugno), si era creato un gruppo costituito da sole donne organizzatosi velocemente il 24 maggio 1915 allo scopo di portare dei soccorsi immediati ai feriti che stavano giungendo a Cividale.  A questo gruppo femminile successivamente si unirono i rappresentanti della Dante Alighieri, della SOMSI, dell’Unione Commercianti e della Croce Rossa; in tal modo questa unanime collaborazione permise di condurre un’azione comune e più forte.

Fra gli istitutori di questo Comitato ci fu anche Mons. Valentino Liva.

Durante il periodo natalizio, a cavallo degli anni 1915-1916, vennero create dal Comitato le feste del Natale del soldato, indette con l’aiuto della popolazione negli ospedali cividalesi. Venne promossa una colletta speciale alla quale aderirono sia i cittadini di Cividale che i sacerdoti per poter donare dei regali ai soldati. Mons. Liva volendo assicurarsi che i doni fossero pervenuti ai soldati bisognosi, si recò di persona a visitare le trincee.

Egli volle sottolineare, in quel momento, di quanto fosse stata grande la generosità della popolazione verso i soldati.

Si coniarono, durante queste feste del Natale, anche delle medaglie che poi si distribuirono ai combattenti; realizzate in oro per gli ufficiali e in argento per i soldati.

Il Comitato, grazie alle ingenti donazioni ricevute in quel periodo (solamente dal Municipio di Cividale giunsero £.500) si mise subito alla ricerca di doni e stabilì di preparare tremila sacchetti consistenti in un fazzoletto tricolore, oggetti personali […], due arance ed altro, regalato da diverse ditte milanesi. […] Ben 1.039 regali che vennero distribuiti in esatta proporzione fra i degenti degli ospedali militari.

Negli ospedali si allestì anche il tradizionale albero di Natale.

Il Comitato di Assistenza non prestò solamente aiuto ai degenti in ospedale ma anche ai soldati che partivano o arrivavano nella stazione ferroviaria di Cividale. Ad ogni treno di feriti che giungeva nella città ducale arrivavano  gruppi di donne che distribuivano acqua e bibite fresche, dolci, latte, sigarette etc.

 

LA FERROVIA CIVIDALE-CAPORETTO

All’interno di questo quadro di mobilitazioni generali e necessità belliche si inserisce la realizzazione della ferrovia Cividale-Caporetto. La linea venne costruita per scopi essenzialmente militari pur essendo, nel suo complesso, stata pensata diversi anni prima. Già dai primi anni del ‘900 si era discusso sulla necessità di realizzare un tratto ferroviario che collegasse l’entroterra friulano, tramite le valli del Natisone, con la ferrovia Transalpina (che univa le città di Trieste e Gorizia con il cuore dell’impero austroungarico) con lo scopo di favorire l’economia e gli scambi commerciali di quest’area periferica del Regno d’Italia.

Nel 1911 venne presentato un progetto che prevedeva l’attraversamento delle valli lungo l’asta del fiume Natisone fino a Caporetto. La proposta, inizialmente sostenuta dalle categorie interessate e da cariche politiche trovò il diniego da parte del Ministero della Guerra che vedeva in essa più un pericolo che una risorsa. Reputava infatti troppo pericolosa la sua vicinanza al confine austroungarico, potendo costituire, in caso di invasione nemica, un percorso facile e privilegiato di accesso alla pianura padana. 

Con l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) la costruzione della ferrovia divenne di per se condizione necessaria, onde alleggerire  la viabilità stradale dall’imponente mole di rifornimenti di cui il fronte dell’Alto Isonzo necessitava e strategica per  il fatto che metteva agevolmente e velocemente in collegamento i magazzini del IV corpo d’Armata situati nelle retrovie e quindi in pianura con  la piana di Caporetto e gli uomini al fronte. La ferrovia doveva perciò fornire viveri e munizioni ad un esercito che oscillava tra i 100.00 e i 135.000 soldati. Di questi circa un terzo era impegnato nel supporto logistico lungo l’ampia zona delle retrovie di cui Caporetto faceva riferimento.    La città di Cividale si trovò così ad essere il principale centro di smistamento delle merci dirette al fronte dell’alto Isonzo. Le cronache del tempo ci informano che sul ponte del diavolo transitavano fino a 6000 mezzi di trasporto al giorno e che questo continuo flusso era in gran parte provocato dalla ferrovia la quale aveva un traffico giornaliero che arrivava fino a trenta treni. 

La tratta ferroviaria venne perciò costruita nel pieno della guerra, nell’inverno tra il 1915  e il 1916,    assieme ad altre due tratte ritenute strategiche per il fronte, la Villa Santina-Comeglians e la Tolmezzo-Paluzza. Percorso obbligato per la tratta cividalese fu quello di seguire l’asta del fiume Natisone. Essa fu costruita a scartamento ridotto con un asse di 75 cm. Nonostante le proteste delle autorità locali che la volevano a scartamento ordinario poiché speravano di poterla riutilizzare a scopi civili anche a guerra finita. Purtroppo le loro interpellanze ebbero esito negativo. I lavori vennero realizzati speditamente tant’è che nel 1916 era già attiva. Durante il 1917 venne perfezionata con la costruzione di diverse gallerie (di cui una, realizzata nei pressi di Stupizza, si conserva ancora). 

La gestione della linea venne data in affidamento alla Società Veneta che mise in opera dieci locomotive  a vapore di marca Breda. La stazione di partenza venne posizionata in località Barbetta a circa un chilometro a est della stazione Udine-Cividale mentre quella terminale venne a posta a Susida (Sužid), situata tre chilometri prima di Caporetto affinché l’artiglieria nemica non potesse danneggiarne le strutture. Vennero inoltre realizzate delle stazioni intermedie nelle località di Sanguarzo, Ponte San Quirino, San Pietro al Natisone, Brischis, Pulfero, Loch, Stupizza, Poiana e Robici. Ogni stazione era dotata di magazzini rampe di carico per le merci, binari di ricovero e sistemi per il rifornimento idrico alle locomotive; questi accorgimenti permettevano ad ogni stazione di essere contemporaneamente un punto di carico e scarico delle merci.  Tra tutte quella di Robici era la più attrezzata e la più grande per dimensioni. Era dotata di grandi depositi e di una piattaforma girevole per poter ruotare i locomotori in modo che potessero percorrere inversamente ed a marcia avanti la tratta di ritorno verso Cividale. 

Purtroppo con la ritirata di Caporetto tutte le truppe vennero ritirate velocemente dal fronte ed anche la ferrovia venne velocemente abbandonata al nemico e con essa tutti i mezzi e le strutture che la componevano.  Essa venne riutilizzata velocemente dagli austro-ungarici ed accorpata nelle loro ferrovie militari (K.u.K. Heeresbahn Südwest) e continuò a svolgere la sua funzione strategica. Terminata la guerra la ferrovia ritornò in mano all’ esercito italiano e nel 1921 venne prolungata fino a Caporetto. Negli anni seguenti venne destinata al trasporto di civili, sopratutto reduci, che si recavano sui luoghi dove avevano combattuto. Infatti nel 1928 era stato inaugurato, sulle pendici del monte Nero, a quota 2170, il rifugio–monumento dedicato al sottotenente degli Alpini Alberto Picco (medaglia d’argento al valor militare) che divenne meta di pellegrinaggio di moltissimi reduci.  La ferrovia venne chiusa definitivamente nel 1932 a causa dell’inadeguatezza delle strutture e della continua crescita dell’utilizzo delle autocorriere e discapito della stessa.  

 

1916

L’offensiva autunnale condotta sull’Isonzo non si era conclusa positivamente e si era fatto urgente, tra la fine del 1915 ed inizi del 1916, ricostituire la fanteria e l’artiglieria che si ritrovavano ridotte in numero di effettivi e molto stanche.  Scarseggiavano già le munizioni e la vita in trincea iniziava ad essere logorante.

Il Friuli dal maggio 1915 e fino al 1917 era diventato la retrovia del fronte di guerra sull’Isonzo e lungo i suoi confini l’esercito italiano era percepito come un invasore, per la massa di persone che mobilitava, arrivando a contare oltre un milione di soldati contro i 600.000 abitanti che vi risiedevano.  Nel 1915 vennero emanate severe disposizioni per far fronte alle conseguenze derivate da questa massiccia presenza di truppe.   La popolazione residente  più vicino al fronte (e del Friuli in generale) venne limitata e controllata nei suoi spostamenti comportando dei bruschi cambiamenti nella vita quotidiana e arrecando danno soprattutto a chi svolgeva mansioni commerciali.

Vi furono però anche delle conseguenze positive apportate dalla presenza di militari italiani in Friuli: le autorità militari avevano grande necessità di avere dei lavoratori civili da impiegare in attività di manovalanza nelle retrovie come la costruzione di ponti, di strade,  nonché la necessaria manutenzione di queste costruzioni. Questo comportò l’assunzione di un gran numero di civili che altrimenti non avrebbero possibilità di lavoro e quindi di sostentamento. 

Agli inizi del  1916 Cividale aveva subito una notevole trasformazione in quanto erano state costruite delle strade a scopo militare mentre quelle esistenti vennero allargate per permettere un transito migliore a tutte le vetture e ai camion dell’esercito.  Ovunque sorgevano baraccamenti e alloggi per i cavalli; le vie erano percorse  da camionette cariche di munizioni o di feriti e massiccia era la presenza dei soldati nella città.  Persino i negozi avevano allestito le vetrine con oggetti ad uso militare. In questi mesi cominciarono i combattimenti aerei sulla città. Il 16 maggio, alle ore 3.45, su Cividale vennero sganciate numerose bombe da aeroplani austriaci che disseminarono terrore e morte fra la popolazione.  La battaglia durò un’ora e mezza. Pochi giorni dopo, il 19 maggio, altre bombe furono fatte cadere presso la stazione ferroviaria provocando un buco largo oltre due metri e profondo parecchi decimetri.  Rimasero feriti gravemente dalle schegge alcuni operai che perirono dissanguati all’ospedale della Sanità.

Le bombe vennero lanciate da altre incursioni aeree durante tutta l’estate del 1916. 

Presso il Monastero delle Orsoline continuava l’assistenza che le religiose davano ai malati di tifo e che continuò fino al mese di settembre 1916, quando subentrarono le dame della Croce Rossa.

Mons. Liva era stato delegato da Mons. Bartolomasi, Vescovo castrense per la zona di Cividale, ad occuparsi della cura delle anime dei soldati. Egli era soprattutto impegnato nel prestare conforto ed assistenza ai soldati accuditi negli ospedali, inoltre coordinava tutte le associazioni che assicuravano la presenza cristiana in mezzo ai militari.  Oltre a questo aveva fatto pervenire ai degenti alcune offerte fatte da fedeli, che vollero rimanere anonimi, indirizzate a soldati che versavano in pessime condizioni economiche. Dal diario di Mons. Liva:

Spedito da persona, che volle restare anonima, mi fu recapitato un biglietto contenente lire 50 e la preghiera di farle tenere a un povero soldato mutilato. Poco dopo ricevetti lire 65 sotto fascia con queste semplici parole: per qualche malato o ferito in guerra, povero. Anche questa volta la generosa persona benefattrice volle restare nascosta. […] Non so esprimere la commozione dei due valorosi giovani e le benedizioni inviate alla persona che pensò ed ebbe cuore generoso per loro. 

Pur essendo impegnato a prestare sostegno ai soldati Mons. Liva non tralasciò mai di adempiere ai suoi doveri verso la comunità. Il 30 aprile del 1916, ricorreva la data dell’annuale pellegrinaggio della città di Cividale al santuario mariano di Castelmonte. Non potendo essere fatto a  causa dello scoppio della guerra, il Monsignore, in rappresentanza della cittadinanza e per non mancare al voto fatto in passato per delle grazie concesse, salì con alcuni canonici, i vicari cittadini ed i rappresentanti delle associazioni cividalesi. Il tema della preghiera che il Decano rivolse alla B.V. del Monte fu essenzialmente quello di invocare la pace tra i popoli e quindi la fine del conflitto. La guerra aveva duramente pesato sulle istituzioni ecclesiastiche cividalesi. Erano stati requisiti a scopo militare diversi edifici fra cui la sacrestia, l’archivio e le aule adibite alla catechesi dei giovani; inoltre l’intenzione di aprire in città nuove case di tolleranza per dare svago ai soldati in riposo dal fronte preoccupava fortemente Mons. Liva.

 

LA PRIMAVERA DEL ‘16

L’esercito austriaco nel mese di febbraio aveva concentrato in Trentino 14 divisioni che erano state trasferite dal fronte dell’Isonzo e dal fronte Balcanico. La loro intenzione era di sfondare le linee italiane ad ovest (tra la Val Lagarina e la Val Sugana) scendendo successivamente in pianura per sorprendere alle spalle gli italiani che erano tutti concentrati ad est sull’Isonzo.

L’11 marzo si svolse la QUINTA battaglia sull’Isonzo che durò fino al 19 marzo ma senza alcun risultato.

Il 14 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico lanciò un’offensiva denominata STRAFEXPEDITION. Questa era stata concepita come una Spedizione punitiva  volta a punire il tradimento italiano nei confronti della Triplice Alleanza.  Venne condotta dal generale Conrad von Hotzendorf, che comandava 20 divisioni austriache, nel Triangolo del Trentino verso gli altipiani vicentini.

Nella storiografia italiana essa è conosciuta anche come la BATTAGLIA DEGLI ALTIPIANI.

Nel pomeriggio del 14 maggio un fuoco d’artiglieria, mai visto prima, si scatenò sulle postazioni italiane e la mattina del 15 il XX corpo dell’esercito austro-ungarico attaccò l’esercito italiano facendo presagire una vittoria del nemico. L’attacco colse di sorpresa le truppe italiane che, dislocate a difesa del fronte, continuarono valorosamente a riconquistare qualsiasi posizione venisse persa ma sotto il peso della pressione nemica dovettero iniziare la ritirata.  

Il 28 maggio gli austriaci conquistarono Asiago. A giugno le truppe austroungariche riuscirono ad occupare i monti di Zugna, Pasubio e la Val Posina, avanzando a sud della Valsugana e riuscendo a conquistare tutto l’altipiano di Asiago.

Cadorna, seppur colto dagli eventi, riuscì a riprendere in mano la situazione e raggruppando un numero abbastanza sufficiente  di divisioni di riserva, (alleggerendo però le truppe dislocate sull’Isonzo e correndo il rischio di un’offensiva nemica) costituì così la QUINTA ARMATA che riuscì a segnare  concretamente la fine dell’offensiva austroungarica sugli Altipiani.

L’Austria si rese subito conto della minaccia e cercò di compiere un ultimo atto di offesa ma poi, capita l’impossibilità di avanzare, cessò l’offensiva, e arretrò dalle linee raggiunte.

Il 27 giugno si concluse la prima battaglia difensiva dell’Italia che fu molto sanguinosa e frenetica.

Luigi Cadorna aveva così salvato il posto come Capo di Stato Maggiore e ricominciò a preparare un’offensiva verso la destra dell’Isonzo e, più precisamente, sulla città di Gorizia. Nel piano di attacco, condotto assieme al Duca d'Aosta Emanuele Filiberto, era previsto un fitto bombardamento tra il Monte Calvario e il Monte San Michele a cui avrebbe fatto seguito un’azione offensiva per assicurarsi alcune postazioni sulla riva sinistra dell’Isonzo.

 

LA PRESA DI GORIZIA

Il 29 giugno, sul monte San Michele, c’era stato un attacco austriaco con i gas asfissianti che costò la vita a 3.000 soldati e comportò un rallentamento delle operazioni sul fronte della 3° armata. I reparti furono riorganizzati e vennero attuate le misure necessarie per far fronte ad un altro evento simile.

Fino alla fine di luglio non ci furono azioni importanti e tutte le posizioni vennero mantenute. Si cercò di potenziare le scorte di munizioni e di materiale bellico in previsione dell’offensiva per la conquista di Gorizia. 

A Cividale, nella sede del Comando della 2° Armata ubicata presso palazzo Craighero, il 30 luglio si era radunato il Consiglio dei Capi dell’esercito per decidere sull’attacco  contro le difese imperiali di Gorizia.

Nella città ducale, purtroppo, stavano continuando i bombardamenti: il mese di luglio, alle tre del mattino, una bomba cadde nel cortile del sacerdote Corgnali  e nel mese seguente ne vennero lanciate altre di cui una in Borgo Brossana.

Dal 6 al 17 agosto si combattè la SESTA battaglia sull’Isonzo conosciuta  anche  come Battaglia di Gorizia. A differenza delle altre battaglie nella zona della Seconda Armata, si partiva con un notevole vantaggio: nella primavera di quell'anno la 4^ divisione, ai comandi del generale Luca Montuori e del colonnello Pietro Badoglio, era riuscita ad avanzare verso la cima del Monte Sabotino, a nord-est di Gorizia. I genieri lavorarono rapidamente e in poche settimane furono costruite diverse gallerie a ridosso delle postazioni austro-ungariche. 

Nel frattempo, le divisioni della Quinta Armata che erano state spostate in Trentino nel maggio del 1916 fecero ritorno sul Carso: si potevano quindi contare circa 200 mila soldati che all'alba del 6 agosto 1916 dettero il via alla sesta battaglia.

Il bombardamento fu efficace e Cadorna, alle 16 dello stesso giorno, ordinò ad alcune colonne della 45° divisione guidate da Badoglio e dai generali Gagliani e Del Bono di attaccare sul Monte Sabotino. In  40 minuti, supportate dall'artiglieria pesante, raggiunsero la vetta.  Gran parte dei soldati dalmati che difendevano il monte si arresero mentre altri si rifugiarono nelle gallerie, successivamente incendiate dai soldati italiani.

Poco prima, alle 15.30 era iniziato anche l'attacco al Monte San Michele. Le brigate Catanzaro, Brescia e Ferrara riuscirono in poco tempo a raggiungere la vetta mentre i soldati austro-ungarici si ritirarono in attesa del contrattacco notturno. Questo però fallì in mancanza di riserve, tutte impegnate sul Monte Sabotino. Il 7 agosto tutte e quattro le cime del San Michele passarono  sotto il controllo dell'esercito italiano. 

Nella zona di Gorizia il 7 agosto riprendevano le operazioni per la conquista italiana della città.

L’ 8 agosto i primi ad entrare furono i fanti del 28° fanteria Pavia, comandati dal sottotenente Aurelio Baruzzi medaglia d’oro al Valor Militare. Egli aveva  ottenuto il permesso di attraversare a nuoto l'Isonzo ed issare la bandiera italiana sul piazzale della stazione ferroviaria, divenendo uno dei simboli della conquista di Gorizia.  Il 9 agosto Gorizia venne definitivamente presa dall’esercito italiano.

Il Comando austriaco, visti i vani tentativi per arrestare l’avanzata italiana, diede l’ordine di ritirare le truppe.

A Cividale, poche ore dopo, un soldato salì sopra ad una sedia al Caffè San Marco e lesse il bollettino che annunciava la liberazione di Gorizia. La popolazione, colta da entusiasmo, lo portò in trionfo lungo le vie della cittadina.

Il 15 agosto, dettata dal clima ottimistico della vittoria su Gorizia, l’Itala dichiarò guerra alla Germania.

 

VERSO LA FINE DEL ‘16

Durante l’autunno 1916 il Comando Supremo ordinò che si perseguisse l’obiettivo di scardinare le linee dove si era trincerato il nemico. Si combatterono così la SETTIMA battaglia sull’Isonzo dal 14 al 17 settembre, l’OTTAVA battaglia dal 10 al 12 ottobre e la NONA battaglia dal 1° al 4 novembre dove le truppe italiane tentarono, ma invano, di sfondare le linee dell’esercito asburgico.  La situazione per l’esercito Regio rimase immutata ma causò il cedimento delle forze, accrescendo la stanchezza ed il disagio delle truppe.

Furono sospese tutte quelle azioni che dagli storici sono definite come  le spallate dell’autunno 1916.  Ripresero la stasi e l’immobilità nelle trincee causata anche dalla stagione invernale e dalla impellente necessità di calmierare e riorganizzare i rifornimenti che, nei primi mesi di guerra, vennero elargiti senza troppa misura.

Aumentò il disagio materiale ma in maggior specie crebbe il malessere psicologico.

In tutte le zone di guerra, come anche a Cividale, crollarono i consumi sia per la mancanza dell’offerta che per il prezzo diventato proibitivo, soprattutto sui beni di prima necessità, a causa del costante e continuo aumento della richiesta. A metà ottobre il disagio si era aggravato; vennero a mancare il latte, le uova, caffè e zucchero ed anche il petrolio e nelle scuole fu sospeso il pasto non essendoci più pane nelle panetterie.    Di fronte al problema dell’approvvigionamento, tutte le altre questioni passarono in secondo piano. Persino i comunicati di guerra si limitarono a riferire piccole quotidianità.

Il 21 novembre la notizia del decesso dell’Imperatore Francesco Giuseppe non ebbe grande risonanza ad Udine.  Non fu così a Cividale dove ci furono delle manifestazioni contro il monarca soprattutto per il fatto che lui stesso rappresentava un’autocrazia in contrasto con i tempi. Comparve in piazza del Duomo un enorme pupazzo che simboleggiava Francesco Giuseppe con la forca.

Alle ore 14 un comitato di cittadini (l’avv. Venturini e l’avv. Nussi) […] appesero fra le due lapidi di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, sul fronte del palazzo municipale, una grande splendida corona d’alloro guernita di garofani rossi e di nastri tricolori con frange dorate e colla scritta in mezzo « Ai martiri della forca austriaca- il popolo cividalese 21-XI-1916».

 

1917 SITUAZIONE GENERALE

L’inverno fra il 1916 ed il 1917 fu uno dei più rigidi  dall’inizio del conflitto e non contribuì certamente a sollevare lo spirito combattivo delle truppe degli schieramenti in lotta, sul quale influivano negativamente anche le notizie che angustiavano le popolazioni civili. La mancanza di manodopera, l’esigenza di impegnare duramente l’elemento femminile nelle fabbriche ed in ogni altro posto di lavoro, la crescente scarsezza di viveri e di materie prime , il rapido aumento dei prezzi cominciavano a farsi universalmente sentire.  La propaganda pacifista andava diffondendosi fra la popolazione e le truppe con conseguenti manifestazioni di insubordinazione, sfociate in molti casi in veri e propri tentativi di diserzione e di autolesionismo, che i tribunali cercavano di reprimere con procedimenti sommari ed in molti casi addirittura con spietata durezza.

Ad appesantire ulteriormente la situazione contribuivano, sul piano morale, sia l’amara delusione  per il protrarsi del conflitto sia per la perdita di vite umane producendo sentimenti di rabbia, depressione, rimpianto per i morti, paura, panico,  e preoccupazioni per i prigionieri e per i dispersi sulla sorte dei quali non si ricevevano più notizie. Aumentarono vertiginosamente le diserzioni, che dal punto di vista militare assunsero maggiore gravità, ed i loro processi relativi; si aggiungeva anche il fatto che molti residenti non rispondessero alla chiamata alle armi.

Le correnti pacifiste o disfattiste vennero, nel 1917, a svilupparsi dando luogo a pubbliche manifestazioni di protesta contro il governo ed i politici.  La pace era invocata dalla maggior parte della popolazione, durante le omelie delle messe ci si appellava al Signore affinché il conflitto cessasse.

 

1917  I FATTI DI GUERRA

Sui settori di Monfalcone e del Carso la situazione rimase stazionaria per tutto l’inverno 1916-1917. 

Il 1917 fu un anno molto critico per l’Intesa; il crollo del fronte russo costituì un duro colpo per gli alleati.

In Russia era scoppiata la rivoluzione che aveva compromesso lo spirito combattivo delle truppe, mentre sul fronte occidentale la fallita offensiva del generale Nivelle, aveva portato allo stremo le forze francesi, all’interno delle quali si verificarono numerosi casi di ammutinamento. Gli alleati chiesero quindi all’Italia di intensificare al massimo i propri sforzi, che si concretizzarono nella decima battaglia dell’Isonzo, nella battaglia dell’Ortigara e nell’undicesima dell’Isonzo o battaglia della Bainsizza. 

Nel mese di maggio del 1917 ripresero le azioni belliche: tra il 12 maggio ed il 5 giugno ci fu la DECIMA offensiva sul Carso (monte Vodice e Kuk), con risultati modesti rispetto alle aspettative di Cadorna.

Il 10 giugno, venne effettuata un’offensiva sul Trentino per recuperare alcuni territori rimasti di dominazione austriaca; si svolse così la Battaglia del Monte Ortigara che venne conquistato il 19 giugno.

Il 25 giugno, dopo due settimane di combattimenti durissimi, i soldati asburgici respinsero definitivamente gli assalti della Sesta Armata con l'utilizzo di lanciafiamme e di gas. La Battaglia dell'Ortigara divenne così una delle pagine più drammatiche della Grande Guerra: in 16 giorni gli italiani persero più di 25 mila uomini e alcuni battaglioni persero oltre il 70% degli effettivi.

Nei mesi primaverili in Friuli continuava la minaccia degli aerei che quasi quotidianamente sorvolavano le città friulane e del Veneto.

Il giorno 11 luglio venne effettuato un lancio di bombe su Cividale; questo fu fra i più violenti. Dodici aeroplani dell’esercito austro – ungarico  di cui, cinque da bombardamento e sette da caccia, alle cinque del mattino sorvolarono la cittadina e vennero avvistati solamente quando vi si trovavano sopra. Le campane del Duomo diedero subito l’allarme. Vennero lanciate bombe che colpirono la cittadina in diversi punti quali il palazzo del Museo, due bombe su Largo Boiani, una bomba cadde in via Patriarcato, una in via del Paradiso, un’altra nel viale della Stazione. Una bomba venne sganciata sulla sede del Comando di Tappa ubicato in Palazzo Deganutti; di seguito vennero lanciate ancora nove bombe. Il luogo più bersagliato fu il Campo di Marte e principalmente la sede del 4° reparto autocarri.

Altre bombe vennero sganciate a Rubignacco e nel Natisone.  Morirono 14 persone e 51 furono i feriti.

Ogni giorno si vedevano squadriglie di aerei passare più volte in cielo per segnare le posizioni che poi di notte, con l’aiuto dei riflettori, potevano bombardare.

Le incursioni colpivano indistintamente sia le postazioni militari che quelle civili.

Fu Mons. Liva ad inviare una missiva all’On. Pecile, nella quale sollecitava un suo pronto intervento presso le autorità competenti affinché i segnali, che avvisavano la popolazione di una prossima incursione aerea, venissero dati velocemente. Si sarebbero evitati così dolorosi avvenimenti, morti ed incidenti gravi.

 

L’UNDICESIMA BATTAGLIA DELL’ISONZO

L'UNDICESIMA BATTAGLIA (18 agosto - 12 settembre) ebbe per obiettivo la conquista l'altipiano della Bainsizza poichè costituiva per l’esercito nemico un’ottima base di partenza per le proprie offensive e rappresentava anche la naturale copertura del Vallone di Chiapovano, utilizzato dagli austriaci per il sicuro spostamento di uomini e di mezzi tra il Carso e la Conca di Tolmino.   L'offensiva si sviluppò anche sul Carso, e fu coadiuvata dal mare da monitori e batterie natanti della marina. A prezzo di gravi sacrifici, le truppe italiane forzarono l'Isonzo in più punti e progredirono così rapidamente sul margine occidentale dell'altipiano della Bainsizza da costringere il nemico a ripiegare su una linea più arretrata, lasciando in mani italiane lo Jenelik, il Kbilek, il Monte Santo, 20.000 prigionieri, come pure enormi quantità di armi. Le perdite complessive in questa grande battaglia ammontarono a 143.000 italiani e 110.000 austriaci tra morti, feriti e dispersi. Dopo questa battaglia l'esercito austro - ungarico era ridotto in condizioni tali da non poter sostenere un altro attacco italiano.

Alla fine dell’undicesima battaglia dell’Isonzo i soldati italiani erano arrivati allo stremo delle forze e della capacità di sopportazione: lo sforzo bellico sostenuto dall’esercito era stato immane. Il potenziale bellico dell’Austria- Ungheria era stato messo così a dura prova che l’alto comando imperiale, consapevole di non poter reggere un’ulteriore spallata italiana sull’Isonzo, si decise a chiedere aiuto all’alleato tedesco per organizzare insieme un’offensiva  contro l'ala nord della 2° Armata italiana (DODICESIMA BATTAGLIA DELL'ISONZO)  per migliorare le proprie posizioni su quel fronte.

Nella seconda decade di settembre cominciarono a diffondersi, sia tra le truppe che fra la popolazione, delle voci riguardo ad una prossima e certa azione nemica. Questo alimentò la paura ed un forte senso di malessere ma anche il forte desiderio che le ostilità cessassero presto.

Comparve un cartello fra Cividale e Caporetto con la seguente scritta A novembre affittasi agli austriaci.

Il 16 ottobre su Cividale ci furono cinque incursioni aeree che gettarono nel terrore la popolazione; pochi giorni dopo circolava la notizia, fra i civili, che la temuta offensiva fosse già iniziata sul tratto Tolmino – Gorizia.

 

LA DISFATTA DI CAPORETTO

Il 24 ottobre 1917 avvenne lo sfondamento austro – tedesco delle linee italiane fra Plezzo e Tolmino. Ci fu un intensissimo bombardamento dove vennero utilizzati nuovi ed aggressivi gas chimici. Le truppe austro – ungariche e tedesche andarono all’assalto.  I reparti della II Armata del generale Capello  riuscirono a fermare le truppe nemiche sul  Rombon e sul Monte Nero, ma non nella conca di Plezzo dove erano stati lanciati i gas che avevano asfissiato i soldati italiani.

I reparti tedeschi superarono le linee italiane davanti a Tolmino, risalendo per la valle il corso dell’Isonzo per potersi congiungere ai reparti provenienti da Plezzo.

L’esercito nemico era numericamente superiore ed attuava con efficacia la tattica dell’infiltrazione. A causa di questo il reparti delle truppe italiane andarono in crisi; essi non erano abituati alla guerra di manovra e non erano stati comandati in modo efficace.

La notizia che il fronte si era spaccato fra Plezzo e Tolmino raggiunse in modo “confuso” i centri della provincia, nei quali risiedevano i componenti del Comando Supremo fra i quali Cividale del Friuli.

Il giorno seguente, il 25 ottobre, le difese italiane a sinistra dell’Isonzo cedettero, e le truppe austriache e tedesche superarono il fiume ed entrarono a Cividale che era la porta del Friuli.  Fu, questa, una giornata caratterizzata da una notevole tensione; folle di soldati che arrivavano, la gente era terrorizzata e cercava una via di fuga.  Nella sera, il Comando Supremo, aveva inviato nello scontro tutte le riserve della II Armata, ma con esito negativo. Cadorna dovette ordinare la ritirata verso il  Tagliamento; durante il tragitto ci furono alcune aspre battaglie di retroguardia. Alcuni reparti dell’esercito italiano riuscirono a proteggere il ripiegamento della III Armata che, dal Carso, rientrava lungo le strade della Bassa.

Il ripiegamento dei reparti si trasformò in una ritirata caotica e molto disordinata: ai contingenti militari si mescolarono i civili in fuga e quei soldati che erano rimasti tagliati fuori dai reparti di appartenenza.

Tra i giorni del 27 e 28 ottobre vi fu un esodo di massa (fughe di cividalesi si erano avute anche durante le giornate precedenti).  La popolazione fuggiva disperatamente, su camions, carri ed il tutto  si svolse sotto ad una pioggia torrenziale.  

 

LA BATTAGLIA DI CIVIDALE  DEL 27 OTTOBRE 1917

Quella che viene definita come battaglia di Cividale è in realtà un insieme di scontri e manovre militari che i due eserciti, italiano ed austroungarico, misero in atto nella zona a nord e a est di Cividale, allo sbocco della vallata del Natisone sulla pianura friulana. Assieme alla battaglia di Codroipo può essere considerata la battaglia più importante della ritirata di Caporetto. Nei giorni seguenti il 24 ottobre, giorno della rotta di Caporetto, l’esercito Italiano si stava riorganizzando su posizioni più arretrate nel tentativo di contenere l’avanzata nemica e permettere al grosso dell’esercito di posizionarsi dietro il Tagliamento.  Il comando militare aveva ordinato che alcuni reparti dell’esercito di posizionarsi sulle dorsali montuose che chiudevano la stretta di Ponte San Quirino-Azzida dislocandosi verso nord sulla linea che separa la valle del Natisone da quella di Torreano, sul monti Monte dei Bovi , Mladasena e Spignon (brigate Jonio e Avellino), mentre a sud, le truppe si erano attestate sui rilievi che separano il cividalese dalla vallata dello Judrio, vale a dire il monte di Purgessimo, Castelmonte (brigate Jonio, Avellino e Ferrara) ed il monte Spig verso Stregna (brigate Elba, Taro, Spezia, Milano e Puglie). Alle 3,50 del 27 ottobre il Comando Supremo, prima di abbandonare Udine, ordinò di  dislocare in questi punti strategici quello che restava di queste brigate per rallentare l’avanzata nemica. Si era stabilito che ogni Corpo d’Armata dovesse lasciare 10 battaglioni sulla nuova linea difensiva che si stava formando, da Lusevera, Pujak, Le Zuffine, Joanaz, Mladasena, Purgessimo, Castelmonte, Korada, Sabotino, Salcano, Gorizia.  Si trattava di una resistenza ad oltranza.  L’intento militare era quello di guadagnare tempo, di creare un linea di sosta, ovvero permettere alla II, alla III  e ciò che rimaneva della IV armata di mettersi al riparo nelle retrovie friulane dietro il fiume Torre,  dove sarebbero state posizionate le retroguardie  lasciate sulla linea cividalese. Diventando questa la nuova prima linea il resto dell’esercito si sarebbe ritirato dietro al fiume Tagliamento che in quei giorni si era ingrossato fuori di misura per le piogge caute in quei giorni e che quindi poteva svolgere un’ottima funzione di barriera e difesa contro il nemico. In realtà divenne una linea di difesa oltranza.  Le brigate pur in inferiorità numerica e male equipaggiate (non avevano cannoni ma solo mitragliatrici) e con poche munizioni riuscirono a fermare l’avanzata di cinque divisioni austroungariche per quasi tutta la giornata. Sui vari settori della linea mancavano i rifornimenti. Cadorna aveva dato ordine che nella colonna di ripiegamento dietro ai carreggi e le salmerie ci fossero anche le munizioni. Questo comportò che quasi tutti i reparti sulla linea di ripiegamento rimasero senza questi rifornimenti, soprattutto le compagnie mitragliatrici. Questo fatto condannò a esito negativo la resistenza ad oltranza dei soldati e forse fu uno degli errori commessi dal Comando Supremo durante la ritirata di Caporetto. La linea difensiva italiana non era stata organizzata con delle retroguardie, con una profondità tale da riuscire ad arginare il nemico in caso di perforazione della linea e questo fu l’altro motivo del facile sfondamento della linea cividalese da parte dell’esercito austroungarico. La ritirata era stata male organizzata e mal diretta e di conseguenza l’esito non poteva che essere negativo. Le brigate impegnate nel contenimento dell’offensiva nemica erano soprattutto riserve; erano brigate a riposo in attesa di ricostituirsi dopo le perdite subite sull’altopiano della Bainsizza ed erano costituite per metà da rimpiazzi e complementi ed erano mancanti degli effettivi (gli unici che aveva maturato esperienza di combattimento) poiché quasi tutti in licenza. Si trattava di difendere ad oltranza, con soldati poco esperti e male equipaggiati e senza seconde linee, una fronte lunga 50 chilometri, quella che doveva essere la linea di sosta per bloccare momentaneamente  il nemico per consentire all’esercito di riorganizzarsi dietro il fiume Torre divenne, come ebbe modo di esprimere Cadorna, una linea di difesa ad oltranza:

Questa linea dev’essere difesa ad oltranza fino all’ultimo uomo. Cederla significherebbe  aprir le porte all’invasione. Sopra di essa si deve vincere o morire.

L’offensiva austroungarica cominciò durante la notte tra il 26 ed il 27 ottobre. Il 26 gli italiani avevano abbandonato la stretta di Stupizza, lasciando dietro di loro incendi e devastazioni, su ordine del Comando, affinché il nemico non trovasse nulla di utilizzabile. 

Alle ore 5,30 gli austroungarici sferrarono un attacco volto a conquistare il monte Joanaz, sopra Torreano, mentre altri reparti si diressero verso sud, lungo la dorsale che conduceva allo sbocco di Ponte San Quirino. Alle 8,30 il Monte dei Bovi era già in mano nemica mentre il Mladasena venne conquistato verso mezzogiorno. Quasi contemporaneamente altri reparti avevano dato inizio all’attacco del monte di Purgessino, Castelmonte e monte Spig. I primi due, dopo una strenua resistenza italiana saranno conquistati solo nel primo pomeriggio. Il giorno prima il 26 ottobre i reparti tedeschi avevano sfondato ad est del Matajur e si erano incuneati nella stretta di Luico (Livek) ed avevano conquistato il Kolovrat . Attraverso Cepletischis e Savogna erano arrivati ad Azzida. 

Gli austroungarici durante la notte riuscirono a conquistare S. Pietro e verso le due di notte, arrivati allo sbocco delle valle del Natisone, tentarono di prendere Azzida e dal monte di Purgessimo, dove nel frattempo si erano attestate le postazioni italiane si udivano fucilate e si videro spesso lampi di colpi nostri e del nemico.

Già alle 17,30  del giorno 26 c’era stato un primo attacco diretto verso il paese  da parte di quelle divisioni provenienti di Luico. I soldati italiani circondati da due lati resistettero per tutta la mattinata seguente e stremati, verso le ore 14,00 dovettero ripiegare dapprima verso il ponte di San Quirino, che preventivamente era già stato fatto saltare. Qui non poterono resistere a lungo essendo bersagliati anche da quelle divisioni nemiche che nel frattempo si erano attestate sul  monte dei Bovi e da dove, con i mortai,  colpivano tutta la piana sottostante. Poi ripiegarono sul monte di Purgessimo dove si unirono alle altre brigate italiane. Le stesse divisioni imperiali che li avevano sopraffatti ad Azzida diressero poi il proprio attacco verso Castelmonte e il monte di Purgessimo dove si trovavano i nostri. Salendo da san Leonardo dapprima raggiunsero il monte Cum, sopra Tribil,  e poi avanzando lungo la dorsale si diressero verso Purgessimo. I nostri resistettero in queste postazioni fino alla sera del 27 ottobre quando dovettero ritirarsi. Da qui alcuni scesero verso Cividale e vennero fatti prigionieri; altri che intrapresero la via verso Prepotto riuscirono a precedere le truppe nemiche che scendevano lungo la vallata dello Judrio e riuscirono a mettersi in salvo in pianura verso Manzano. Nel pomeriggio il 14° reggimento Reserjaeger, era riuscito ad arrivare a Cividale e ad occuparla avendo i nostri lasciato libera la stretta di san Quirino. Durante la notte la città ducale era stata tenuta costantemente sotto il fuoco di bombardamento nemico. Il Comando di Cividale aveva dato incarico al giovane ufficiale del genio Francesco Giorgi di far saltare i binari della stazione ferroviaria e il ponte sul Natisone non appena il nemico fosse giunto in città, onde rallentare la sua l’avanzata; mentre ad altri ufficiali fu dato il compito di incendiare i depositi. Così che sia per i guasti ordinati dal nostro esercito sia per gli incendi causati dalle bombe nemiche, da lontano pareva che «tutta Cividale ardesse siccome un immane fornace». Gli imperiali, scesi verso Prestento, durante la notte precedente si erano già attestati sul monte dei Bovi e dalla mattina iniziarono  a colpire con i bombardamenti anche il centro cittadino. Intanto i soldati italiani già dalla notte avevano cominciato a ritirarsi chi con il treno chi più tardi a piedi verso Udine. Verso le 10 del mattino gli ultimi addetti al comando di tappa lasciavano Cividale mentre, dalla vicina collina di Zuccola, gli italiani rispondevano al fuoco dei nemici appostati sul monte dei Bovi. Alle 15,45 i primi soldati imperiali entrarono in città trovando solamente una piccola resistenza da parte dei soldati del genio che si apprestavano a far saltare il ponte sul Natisone. Pochi minuti dopo, venne fatto brillare. Cessarono le sparatorie ed iniziò il saccheggio di Cividale. I poveri abitanti nulla poterono di fronte alle soldataglie senza regole che oramai avevano invaso l’intero l’abitato. Dovettero assistere impotenti  mentre i nemici si apprestavano a sfondare porte e finestre e rompere tutto ciò che capitava alla ricerca di preziosi o di qualcosa di utile e questo veniva fatto «con tale cozzo di colpi che pareva un nuovo terribile bombardamento».

 

CIVIDALE DURANTE L’ANNO DELL’ OCCUPAZIONE

La ritirata del Piave fu compiuta da Cadorna in condizioni molto critiche a causa sia della viabilità discontinua sia di un esercito nemico incalzante e sia di strade sovraffollate da centinaia di migliaia di soldati mischiati ai civili in fuga.  L’esercito italiano aveva perso circa 40.000 uomini tra decessi e feriti, 280.000 erano stati fatti prigionieri eb350.000 erano gli sbandati in fuga nelle retrovie.

Le forze armate italiane erano in ginocchio ed il Paese era stato invaso ed occupato dal nemico.

La conduzione del Regio esercito venne affidata ad Armando Diaz.

Dalla fine del mese di ottobre del 1917 la guerra si svelò ai friulani con il suo volto più drammatico. Arrivò un esercito di occupanti che parlava degli idiomi incomprensibili ed il popolo cividalese, ma soprattutto friulano, dovette scegliere se partire o rimanere, affrontando di conseguenza una coesistenza con il nemico.

Su una popolazione complessiva di 630.000 abitanti (dati inerenti all’ultimo censimento effettuato nel 1911) i profughi del Friuli furono 135.000. Cividale contava 10.000 abitanti e partirono in 5177. 

Firenze accolse ben 17.500 friulani fra i quali molti amministratori e notabili. Il ministero dell’interno designò Firenze come sede della prefettura di Udine e di conseguenza si stabilirono anche gli uffici del commissario della provincia, dei comuni, e di altri enti locali; intorno ad essi si ricomposero parecchi nuclei della burocrazia ed i circoli della classe dirigente politica. Essi organizzarono dei comitati, delle amministrazioni ed enti riconosciuti giuridicamente. Nel capoluogo toscano i più importanti notabili diventarono i referenti nazionali del popolo friulano. Essi costituirono amministrazioni ed enti riconosciuti giuridicamente, gestirono aiuti e soccorsi, sbrigarono documenti e pratiche nonché delle richieste di sussidio con un occhio di riguardo per i propri collegi elettorali, ovviamente non mancando di entrare in attrito con le amministrazioni imposte dal governo militare austro – tedesco.

Al momento dell’invasione austro – tedesca i friulani si trovarono di fronte una situazione caotica: fuggire per la gente comune, non poteva essere facile, poiché sia le truppe in ritirata che quelle in avanzata, per sgomberare le vie di comunicazione, rovesciavano ai lati delle strade e nei fossati i carri e le masserizie dei civili intenti a scappare.   In molti casi le fughe precipitose furono interrotte da un ordine dei militari, dall’affollamento delle strade o dalla rottura di un ponte.   Lo spavento, la fatica e l’impossibilità di procedere furono le cause maggiori che obbligarono molti civili a ritornare nelle loro case, spesso dopo aver percorso strade terrificanti sotto la pioggia ed il freddo di quei giorni. Il numero delle famiglie intenzionate ad andarsene fu considerevolmente più consistente di quelle che concretamente riuscirono ad oltrepassare la linea.  Un’altra amara verità fu che la gran parte della popolazione venne colta completamente alla sprovvista dall’avanzata e quindi non poté fare altro che assistere alla venuta dei nuovi occupatori.   Diversamente, nelle zone rurali e della montagna, una grande maggioranza della popolazione contadina non volle abbandonare le rispettive abitazioni con le stalle attigue ed i loro appezzamenti terrieri, essendo queste le loro uniche risorse.  In moltissimi casi, la radicata cultura contadina si ribellò alle imposizioni ed agli inviti delle autorità militari di abbandonare e molti, quando poterono, sfuggirono alle misure di sfollamento.

Di fronte alla fuga praticamente completa delle autorità locali, i referenti locali dell’autorità ecclesiastica, scelsero di rimanere con i loro parrocchiani che decisero di rimanere in Friuli. Il clero, perciò, venne sottoposto ad un durissimo banco di prova; chi aveva scelto di rimanere lo aveva fatto di propria sponte o “in coscienza”. 

Lo “Stato personale del Clero” del 1914, ultimo documento ufficiale prima della rotta di Caporetto, indicava per l’Arcidiocesi di Udine con riferimento al solo clero diocesano, la seguente struttura: 678 sacerdoti, 27 Vicari Foranei e 232 parrocchie, vicarie e cappellanie indipendenti. 

Ne era Ordinario Sua Eminenza Monsignor Antonio Anastasio Rossi che nel maggio1910 aveva preso possesso dell’Arcidiocesi.

L’abbondanza di clero permise all’Autorità Diocesana di offrire un servizio pastorale in loco quasi ovunque in quanto la regione era caratterizzata da centri abitati sparsi lungo tutto il territorio.

Di questi 678 sacerdoti, 600 decisero spontaneamente di rimanere in Friuli accanto ai loro parrocchiani.

La vita di Cividale del Friuli, durante l’occupazione, è stata documentata dagli scritti di Monsignor Liva Valentino, il Decano del Capitolo cividalese. Egli  restò vicino alla sua gente rimasta in città occupandosi di tutte le questioni burocratiche, amministrative e di assistenza.

Mons. Liva riporta in modo certosino, giornalmente, quanto accadde a Cividale fin dai primi giorni dell’esodo, dal 27 ottobre 1917 per un anno intero fino all’avvenuta Liberazione del 4 novembre 1918.

Nel 1928, i suoi scritti, vennero riportati in due volumi dai seguenti titoli La vita di un popolo e Anno di prigionia, stampati dalla Tipografia F.lli Stagni di Cividale del Friuli.

Dalle testimonianze di Mons. Liva si apprende che nella mattina del 27 ottobre 1917 si potevano contare cento persone a Cividale, compresi alcuni soldati del Genio Militare.

Singolare l’episodio accaduto presso il ponte che era stato fatto saltare dalle truppe italiane, cercando di rallentare, in questo modo, l’avanzata dell’esercito austro – tedesco.

I sacerdoti, sentiti dei lamenti, si avvicinarono e videro un giovane ufficiale ed un soldato che erano rimasti feriti durante il brillamento del ponte. L’Ufficiale era Gian Francesco Giorgi di Modena che, assieme al soldato, venne fatto ricoverare immediatamente in ospedale e che morì nei primi giorni di dicembre.  

L’Ufficiale Giorgi venne insignito della Medaglia d’Argento alla memoria grazie alla relazione di Mons. Liva riguardo alla sua azione eroica.

Alla fine di ottobre a Mons. Liva, da Udine, giunse il decreto con il quale il Provicario Generale della Diocesi di Udine lo nominava Decano Provicario per la Circoscrizione di Cividale, di San Pietro al Natisone, di Corno di Rosazzo, di Nimis.

Il Decano diventò anche Sindaco di Cividale durante l’anno dell’occupazione.

Immediatamente egli si occupò di creare un comitato di assistenza per tutelare le persone rimaste; mediò sempre fra la popolazione ed il Comando militare straniero.

Nei primi giorni di novembre alcuni cividalesi ritornarono  ed assieme a loro anche i soldati sbandati e fuggiti dai campi di concentramento.

Il Comandante della piazza, von Below, temette che alcuni residenti accogliessero i prigionieri evasi dai campi di prigionia ed emise dei bandi con cui minacciò di fucilazione chiunque accogliesse i fuggiaschi; stessa pena per chi era stato ospitato.

Mons. Liva ed i suoi confratelli diedero ospitalità, di nascosto, ai soldati per poi inviarli ai parroci di montagna.

La preoccupazione più grande di Mons. Liva fu quella degli approvvigionamenti per far in modo che fosse garantita la sopravvivenza ai cividalesi. Molte furono le richieste da lui inviate ai comandi degli occupanti ma non ricevette mai risposta.  Per fronteggiare l’emergenza decise di creare il Consiglio Comunale presieduto da lui medesimo e nominando altre persone assessori e segretari. Nelle frazioni vennero nominati altrettanti capi.

La nuova amministrazione cercò di provvedere al necessario per i fabbisogni primari delle famiglie e di risolvere la tragica questione dei prigionieri: vicino a Cividale sorgevano diversi campi di concentramento.

Un’altra questione riguardava l’assistenza ai malati ed i feriti.

Già dal 31 ottobre, una piccola colonia di Orsoline, era partita per il seminario di Rubignacco, che era stato convertito in ospedale militare, per assistere e curare i soldati italiani lasciati abbandonati dai tedeschi.

Fin dai primi giorni dell’invasione, il Comando Germanico aveva manifestato l’intenzione di impadronirsi dell’Ospedale Civile.

L’Amministrazione non riuscì ad opporsi e così l’Ospedale Civile  fu a disposizione dei feriti dell’esercito austro – ungarico e tedesco ed inoltre, divenne la sede della Direzione Generale di tutti gli Ospedali della città. 

 Nel frattempo tutti gli nosocomi militari di Cividale andarono svuotandosi dei feriti e dei malati a causa della distanza dal fronte.

Dai primi giorni dell’avvenuta occupazione, iniziarono le requisizioni che venivano attuate in ogni abitazione, rovinandole e saccheggiandole di ogni bene, di biancheria, di mobili, e portando via gli animali rimasti.

Dal 27 ottobre 1917 l’acquedotto Poiana non erogava più acqua né per Cividale  e nemmeno agli altri Comuni facenti parte del Consorzio. Questo fu dovuto allo scoppio di una mina durante la ritirata che provocò lo schiacciamento del condotto vicino al luogo di presa ed alla rottura delle tubature. 

La popolazione ebbe a disposizione solo l’acqua dei pozzi ma era rischiosa poiché vi era il grande pericolo delle epidemie ed inoltre non si poteva garantire il servizio di spegnimento d’incendi.

A Cividale funzionò un grande magazzino sin dal novembre 1917. Vennero distribuite delle derrate alimentari cercando di aiutare quanto più si poteva la popolazione.

In prossimità delle feste natalizie la situazione andò precipitando. I soldati giravano per le vie della cittadina ubriachi, terrorizzando e spaventando le persone; e molte volte compivano dei furti che diventarono sempre più frequenti. 

Mons. Liva fece presente, di quanto stesse accadendo  a Cividale, in molte missive di protesta inviate al Comando Austriaco con la preghiera che fossero a loro volta inoltrate al Comando Superiore. 

Cividale alla fine del 1917 si trovò, così, in una situazione di completo isolamento, completamente sotto il dominio dell’esercito austro -  ungarico e tedesco. La popolazione pur afflitta dalla crescente disperazione, nutriva un grande desiderio di ricevere della corrispondenza da coloro i quali erano fuggiti. 

 

Il 1918

Il Friuli, dall’occupazione austro – ungarica era stato posto sotto l’autorità delle forze del fronte sud -   occidentale  guidate dall’arciduca Eugenio, al quale, toccò frenare  con apposite ordinanze, nel dicembre dello stesso anno, i saccheggi e le violenze arrecati dall’esercito invasore alla popolazione.

Nel gennaio 1918 il Comando del fronte sud – occidentale venne sciolto ed il Friuli passò sotto il Gruppo di Armate del Feldmaresciallo  Svetozovar Boroévic von Bojna.  Boroévic era di nazionalità croata e fedele alla Monarchia asburgica; estese il suo potere non solamente in Friuli ma anche sul territorio occupato del Piave, ad eccezione della zona alpina fino al Grappa.   

Nei distretti vennero istituiti, quali autorità amministrative di prima istanza, i Comandi distrettuali che dipendevano dallo Stato Maggiore Boroévic e, nel territorio amministrato da quest’ultimo furono istituiti sedici comandi distrettuali.

Il Comando distrettuale di Cividale del Friuli venne istituito per i mandamenti di Cividale e San Pietro al Natisone.

Molto spesso si presentarono dei malumori fra i soldati di Boroévic e quelli tedeschi; molte furono le lamentele riguardo al comportamento tenuto dai componenti delle truppe germaniche che soprattutto durante le loro requisizioni provocavano paura tra la popolazione.

La presenza massiccia dei soldati iniziò a pesare gravemente sulle condizioni di approvvigionamento alimentare inoltre imperversava il disordine in quanto spesso le truppe non osservavano le disposizioni amministrative.

Già dai primi giorni dell’occupazione la popolazione subì la requisizione di prodotti agricoli e delle corrispettive scorte di viveri, degli animali e dei vestiti. Le frequenti razzie, da parte del nemico, di natura violenta e crudele continuarono fino alla fine della prima guerra mondiale. L’esercito invasore, oltre ad aver effettuato un censimento della popolazione aveva provveduto alla compilazione di speciali elenchi dei proprietari di terre e dei loro coloni. 

Si sequestrarono pure le provviste di farina di frumento e di granoturco fissando la loro razione giornaliera per persona a 200 grammi, per poi essere ridotta, nel gennaio 1918, a 150 grammi. Durante lo stesso mese furono confiscati i legumi, le patate, il vino, l’olio, le sementi, i foraggi, la frutta ed anche i maiali, le pecore, le capre ed il pollame.  Il razionamento della carne prevedeva all’inizio una razione di 500 grammi pro capite, ridotta poi a 200 grammi alla settimana; di conseguenza venne pure regolata la macellazione. Per quanto concerneva il pane, per poterlo acquistare, bisognava essere in possesso della tessera apposita, emessa con validità trimestrale. 

Gli sforzi compiuti dalla Commissione incaricata dell’approvvigionamento e dall’Amministrazione Comunale di Cividale  furono accompagnati dall’aiuto degli abitanti, che difesero con tutte le loro forze le cose che ancora possedevano, per cercare di aiutare chi era nullatenente.

Le patate ed i legumi avrebbero dovuto sopperire alla carestia di pane, ma quell’anno il raccolto di questi prodotti agricoli fu scarso. Per l’anno 1918 furono predisposte norme e imposizioni. Con la notificazione della “Wirtschaftsektion” (sezione economica) N. 8500/7 del Comando Supremo austro – ungarico si stabiliva che  si requisisse quello che era stato già prodotto ma anche quello che era ancora da raccogliere.  La gente però iniziò ad organizzarsi ed a ribellarsi a queste restrizioni, soprattutto quando entrò in vigore la proibizione di macinare, vennero chiusi i molini e vennero appostate delle guardie davanti all’entrata.

Le requisizioni di merci e bestiame continuarono tutto l’anno in quanto le condizioni di vettovagliamento furono precarie, ma vennero svuotati anche i depositi dei magazzini da tutte le loro merci. Man mano che la situazione militare diventò più difficile per gli austro-germanici, i divieti e gli ordini emanati divennero più severi.

Mentre le requisizioni aumentarono, nell’ultimo periodo si sequestrarono pure i materassi di lana e di crine di animale (in cambio dei quali si riceveva materassi con crine vegetale e un piccolo compenso in denaro), diminuirono drasticamente le razioni di cibo.  Le truppe nemiche requisirono pure le lenzuola di lino così come tutti i tipi di tessuti per arrivare a privare le donne perfino delle sottovesti.

I contadini cercarono con molta astuzia di nascondere una parte del raccolto e di altri prodotti per il loro uso e consumo.  Non mancarono le perquisizioni e le minacce di pene severe e di sanzioni; le multe potevano essere anche di 5.000 Lire ed i mesi d’arresto sei; fortunatamente i controlli si eseguirono in maniera disordinata.

Nel giugno 1918 la razione giornaliera di farina di granoturco per persona nel Distretto di Udine scese a 115 grammi con l’intenzione di farla diminuire ulteriormente fino a 100 grammi. 

A causa di questo inasprimento delle razioni alimentari nacque un mercato nero di generi soprattutto alimentari che l’esercito invasore non riuscì ad eliminare; per tutto il periodo dell’occupazione molti furono i trafficanti di derrate alimentari, fra questi anche dei negozianti che rivendettero la merce a prezzi esorbitanti.

Un altro furto molto temuto dalle comunità friulane era la requisizione delle campane. In ogni paese del Friuli vennero confiscate, dalle truppe austro – ungariche, le campane dei campanili e tutti i campanelli, per fonderne il bronzo e utilizzarne quindi il metallo. Per gli abitanti questo fu l’ennesimo duro colpo essendo le campane il simbolo della comunità. L’esercito austro – ungarico avrebbe dovuto corrispondere per ogni campana o campanello asportati un certo numero di buoni come risarcimento del danno subito. Purtroppo questa procedura non venne quasi mai eseguita. Questa triste vicenda riguardò anche Cividale.

Il 29 maggio vennero requisite le campane di tutti i campanili di Cividale eccetto quelle del Duomo.

Mons. Liva da molti mesi valutava con molta cura le notizie che giungevano dalla Bassa friulana e che riguardavano la requisizione delle campane. Egli, intervenne sia in qualità di Sindaco che di Decano del Capitolo, presso i Comandi austriaci e tedeschi della zona, affinché le campane ed in particolar modo quelle del Duomo, fossero risparmiate.  Gli venne assicurato che non ci sarebbe stata nessuna requisizione riguardo alle campane e che, tutti i luoghi di culto sarebbero stati rispettati.

Non fu così. Il 3 luglio 1918, i germanici calarono dal campanile del Duomo le quattro campane maggiori che vennero poi portate via nella domenica del 7 luglio, mentre si stava celebrando la S.S. Messa.

 

IL SERVIZIO POSTALE

Il funzionamento delle poste era un gravoso problema che preoccupava tutti i parroci del distretto. Essi erano addetti allo smistamento delle lettere sia in arrivo che in partenza.  La corrispondenza era aumentata talmente tanto che fu chiesto, a tutti gli abitanti del territorio invaso, di ridurre l’invio di lettere e cartoline a due volte al mese.  Era cresciuta soprattutto la corrispondenza con gli esuli che si trovavano nel resto d’Italia, sia da parte dei cividalesi che chiedevano notizie dei loro cari espatriati in altre regioni, sia da parte dei profuganti che chiedevano notizie non solo dei loro parenti o conoscenti ma soprattutto di poter essere informati sulle condizioni delle loro abitazioni.  

 

IL NUOVO PONTE

Durante il triste periodo dell’occupazione austro – ungarica ci fu anche un giorno importante e colmo di gioia per la popolazione: l’inaugurazione del nuovo ponte.

L’Amministrazione comunale, dopo aver realizzato una passerella provvisoria sul ponte, si rivolse al generalissimo Eltz per la ricostruzione del ponte nel tempo più breve possibile.

Si formò una squadra di muratori, scalpellini residenti fra Cividale e Torreano, che iniziò immediatamente i lavori. Il 18 maggio 1918, alle ore 9, si svolse la solenne benedizione del nuovo ponte al cospetto di tutte le autorità, fra i quali il Comandante Boroévic che però, subito dopo la cerimonia, ripartì per Udine.

 

LA FASE FINALE DELLA GUERRA

Gli ultimi mesi del 1918 furono per la popolazione giorni di esasperazione ed angoscia; la gente era arrivata allo stremo delle forze, il cibo era stato tutto requisito e le restrizioni aumentavano ogni giorno. Le case venivano distrutte e asportate di tutti i loro beni che erano rimasti quali  le porte, gli infissi e pure le travi.

L’inverno stava per avvicinarsi e la gente temeva di non riuscire più a sopravvivere sopportando le continue vessazioni e privazioni. 

Le truppe nemiche, bisognose di cibo, andavano dai parroci in piena notte svegliandoli di soprassalto. Si presentavano sull’uscio della porta della canonica puntando le baionette addosso a loro ed in pochi attimi ai parroci nelle loro abitazioni veniva requisito ogni tipo di genere alimentare e tutto quello che fosse ritenuto utile e necessario per la sopravvivenza. In altre situazioni, che parevano ormai una vera e propria consuetudine, molti parroci si ritrovarono le truppe austro – ungariche bivaccate ed intente a sfamarsi nel cortile della canonica.

Le canoniche vennero private dell’arredamento e dei mobili e anche danneggiate gravemente prima di essere abbandonate. In alcuni casi, come il 17 settembre del 1918 a Cividale, gendarmi ed ufficiali entrarono in duomo per requisire la totalità  delle canne dell’organo grande.  Le confische avvenivano senza alcun risarcimento di denaro o di buoni e si asportarono persino gli ultimi campanelli ove fossero rimasti.

In alcuni comuni, dalle Autorità militari, venne impartito l’ordine alle famiglie di consegnare tutto il bestiame di loro proprietà ma nelle stalle non ce n’era più perché era stato già tutto sequestrato. Gli altri ordini impartiti o meglio, gli altri sequestri avvenuti alla fine dell’ottobre ’18, consistettero nella consegna obbligata di giacche, gonne, biancheria e altro vestiario ed anche in questa situazione la gente cercò di nascondere nel miglior modo possibile quanti abiti potesse. La gente viveva nel costante incubo delle requisizioni e delle perquisizioni perché, se alle Autorità militari austro – ungariche non fosse stato consegnato quanto impartito, esse erano pronte a fare irruzione violentemente nelle abitazioni.

Le truppe nemiche durante le razzie furono solite sfondare le porte o sforzare i portoni entrando così nelle case in piena notte; rubando farina, granturco, polenta picchiando le persone o minacciandole, incendiando pure qualche palazzina e derubando anche le persone per strada di qualsiasi oggetto indossassero.

I saccheggi terminarono solamente al momento della conferma dell’Armistizio.

Tra l’estate e l’autunno del 1918, fra la popolazione friulana, si diffusero le prime notizie, anche se confuse e frammentarie, relative alle battaglie sul Piave che vedevano gli attacchi degli Italiani e lo sfaldamento dell’esercito austriaco. Queste informazioni vennero riportate nei libri storici dai parroci che iniziarono a sbilanciarsi manifestando i primi sentimenti di speranza affinché la guerra si concludesse presto.

Le truppe austriache cercarono comunque di mantenersi abbastanza salde e compatte ma, dalla fine di settembre, all’interno dello stesso Impero asburgico era aumentava l’insofferenza tra i diversi popoli che lo costituivano; pure la Turchia e la Bulgaria ormai esauste chiedevano trattative per far cessare la guerra.

Proprio allora il generale Diaz decise di dare corso ad una grande offensiva meticolosamente preparata che ebbe inizio il 24 ottobre (anniversario di Caporetto) e che nel giro di pochi giorni determinò lo sfondamento del fronte austriaco a Vittorio Veneto e la precipitosa ritirata del nemico, che si trasformò in disfatta.

Dopo il 29 ottobre la situazione cominciò a precipitare per i reparti in linea dell’esercito austro – ungarico. All’interno delle truppe nemiche si moltiplicarono le unità che rifiutarono di salire al fronte, inoltre ci furono delle unità che partirono di loro iniziativa per le loro terre di origine a cominciare da quelle ungheresi che, fino a quel momento, erano state tra le migliori dell’Impero. Stava crescendo il rifiuto verso gli ordini impartiti e stava aumentando la voglia di ribellione; la disgregazione divenne generale. Il sentimento di rigetto al combattimento da parte dell’esercito ungherese divenne una vera e propria insurrezione come accadde a Billerio, vicino a Tarcento il 27 ottobre 1918, la cosiddetta “Rivolta di Artegna”.

I parroci, di fronte agli orrori della guerra non avevano nessun altro mezzo che se non la fede e la consolazione. I giorni finali di ottobre e d’inizio novembre, furono anche contrassegnati fortemente dall’attesa dell’arrivo dell’esercito italiano. I parroci furono di grande conforto per i loro fedeli che erano spaventati, sbigottiti e sfiduciati che ormai non speravano più nella fine della guerra. Quando finalmente iniziò a circolare la notizia che l’esercito austriaco si stava ritirando e che le truppe italiane si accingevano a raggiungere il territorio friulano, la speranza concreta che la guerra giungesse a termine parve reale. 

Tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre si percepivano grandi novità nell’andamento della guerra; gli aerei italiani sorvolavano i paesi e lanciavano biglietti che riportavano frasi di speranza e di fiducia.

Nonostante questo, però, non c’erano ancora delle notizie attendibili relative ad un imminente arrivo di truppe italiane e tutta la popolazione con ansia si chiedeva quando esse sarebbero giunte. La canonica di Mons. Liva era costantemente invasa dai suoi parrocchiani.

Il 3 novembre a Villa Giusti, nei pressi di Padova, poche ore dopo che le truppe dell’esercito italiano erano entrate a Trento ed a Trieste e che la flotta italiana aveva sbarcato i reparti nella città giuliana, l’Austria fu costretta a firmare l’armistizio. Questo sarebbe entrato in vigore il giorno dopo alle ore 15.

Nel primo pomeriggio del 3 novembre verso le ore 14, nei pressi di Udine, il primo drappello di cavalleria entrò in città.

In quelle stesse ore, a Cividale,  Don Valentino Liva assieme ai fedeli della sua comunità attendeva l’arrivo, oramai prossimo, dell’esercito italiano.

Appena compiute le pratiche spirituali in Duomo corro dagli amici; perché tutti dovevamo essere al nostro posto di vigilanza tra i pericoli della ritirata nemica. Alle 7 esco per i sobborghi. Ancora nessun indizio di truppe italiane vicine. A Rubignacco due lattivendole mi domandano ansiose: “Quando arriveranno?”. “Subito; ma voi ritiratevi; perché il momento è pericoloso”[…]ripeto a tutti, massime agli uomini giovani la raccomandazione di tenersi lontani dalle truppe nemiche.”

Il 4 novembre, il generale Diaz con un proclama alla Nazione, annunciò la vittoria.

Verso mezzogiorno entrarono a Cividale, per primi,  i Bersaglieri ciclisti. Il ponte era colmo di gente che gridava Viva l’Italia! sventolando il tricolore mentre gli austriaci si nascondevano per non essere catturati.

In quel momento, Mons. Liva, stava rientrando a Cividale e lungo il corso incontrò il signor Milani che gli comunicò che i soldati erano in piazza del Duomo. Incominciò a correre e li raggiunse in piazza Patriarcato dove ci fu un tripudio generale. Il grosso della truppa arrivò verso le 13.15. 

Cividale era tornata italiana.

Alle 13.15 i gloriosi reggimenti italiani di cavalleria e di artiglieri fra l’esaltazione e la gioia dei cittadini accorsi sulla piazza del Duomo: Gloria a Dio! Onore all’esercito vittorioso!

Alle ore 16 Don Liva celebrò la messa solenne nel Duomo.

Alle ore 16 coi nostri soldati e col nostro popolo tutti al tempio: il Te Deum più concorde e più fremente di fede, di amore e di vita nuova dalle nostre anime nel dolore sale in questo momento trionfale verso il Cielo.

 

IL RIENTRO DEI PROFUGHI E IL RITORNO ALLA NORMALITA’

Subito dopo la rotta di Caporetto, già nella mattina del 25 ottobre 1917, alcuni cittadini di Cividale iniziarono a lasciare il loro paese. Ben presto le partenze discontinue si trasformarono in un esodo di massa che coinvolgeva donne, bambini, uomini ed anziani appartenenti ad ogni ceto sociale; non solo, a lasciare il Friuli ci furono anche le autorità civili e tutto l’apparato amministrativo e politico della Deputazione della Provincia di Udine.

I profughi di Cividale si recarono nelle città di tutto il Regno d’Italia, ma i nuclei più corposi si ebbero a Bologna ed a Firenze. Il capoluogo toscano diventò la sede di tutti gli enti pubblici friulani divenendo di fatto la Capitale del Friuli in esilio.  La sede del Comune di Cividale venne ubicata in via San Nicolò 89, mentre quella della Provincia di Udine si trovava in via dei Bardi 20.

La volontà immediata fu quella di dare continuità alle amministrazioni pubbliche; questo purtroppo non fu facile poiché vi era la necessità di riorganizzare gli uffici, controllare quanti funzionari pubblici ci fossero fra i profughi e dare delle risposte immediate ai bisogni impellenti dei cittadini ma, soprattutto, di fornire notizie alle persone che erano ancora alla ricerca dei propri cari.

Dal Censimento generale dei Profughi del 1918, a cura del Regio Commissariato dell’Emigrazione, si apprende che il numero dei profughi è di 208.213 unità di cui, 128.605 erano appartenenti alla Provincia di Udine: a Cividale il 48% della popolazione era andata profuga.

Già nei giorni successivi alla fine del primo conflitto mondiale, si ebbe il rimpatrio dei profughi che avvenne in un contesto molto difficile e drammatico. Interi paesi furono materialmente devastati e saccheggiati.  Cividale del Friuli può essere annoverato fra i comuni friulani che pagarono il prezzo più caro dell’occupazione austro – ungarica. Le famiglie cividalesi profughe, al rientro, trovarono le loro case completamente spogliate o in alcuni casi distrutte parzialmente o anche totalmente; i territori circostanti erano diventati irriconoscibili e impoveriti.  La situazione era drammatica in quanto mancava ogni cosa e tale condizione era aggravata dalla lentezza della burocrazia nell’attuare i relativi provvedimenti.

Successivamente la situazione si aggravò ancor di più poiché non si presentarono solo questioni materiali da risolvere e da superare; a queste si affiancarono le polemiche sorte fra gli esuli e chi era rimasto in Patria durante l’anno dell’invasione austro – ungarica. I primi accusarono gli altri di essere stati degli austriacanti;  questi ultimi additarono chi era partito accusandolo di essere un traditore della Patria. Il clima che si venne a creare fu quello di odio e di sospetto generando una divisione fra gli abitanti della cittadina. Anche tutto il resto del Friuli visse la stessa situazione che non facilitò di certo la ripresa della normalità.

I primi giorni del mese di dicembre del 1918, venne istituita, presso il Monastero delle Orsoline, una cucina economica che distribuiva ai poveri giornalmente circa 200 razioni di minestra. Poco tempo dopo, grazie alla generosità della Croce Rossa italiana ed anglo – americana e dell’Opera Bonomelli, si poterono consegnare anche generi alimentari ed indumenti. Nel maggio del 1922, in riconoscimento a tale attività, alle suore del Monastero venne conferito il diploma di benemerenza.

Il 2 gennaio 1919, l’Ospedale Civile, che era stato trasferito nel Monastero durante l’anno dell’occupazione, ritornò alla sua primitiva sede. I locali, che erano rimasti vuoti, vennero accuratamente disinfettati e vennero riattivati per poter accogliere i profughi che al ritorno avevano trovato le case spogliate e devastate.

Il 24 luglio dello stesso anno, con una cerimonia solenne, alla presenza delle autorità civili e militari, la Madre Superiora, Maria Alfonsa Coletti, venne decorata con la Croce di guerra per il riconoscimento dell’opera svolta da lei e da tutta la Comunità intera verso la popolazione cividalese durante tutto il periodo della Prima Guerra Mondiale.

Nella comunità cividalese, comunque, nonostante i segni della guerra avessero lasciato danni ingenti, vi era il desiderio di ricostruzione sia morale che materiale. Si diede inizio ai lavori di ricomposizione sia delle strutture civili sia delle attività, affinché potesse essere ricreata quella  normalità che esisteva negli anni antecedenti al primo grande conflitto mondiale.

Dopo la Grande Guerra, la società era mutata inverosimilmente e nulla sarebbe stato più come prima. I presupposti per il ripristino della quotidianità si verificarono e progressivamente andarono a velocizzarsi ma poco tempo dopo la società cividalese e tutta quella del Regno d’Italia sarebbero state sconvolte da avvenimenti che avrebbero permesso l’ascesa di un nuovo potere.

 

GLI ORFANI DI GUERRA

L’assistenza agli orfani di guerra fu uno dei principali problemi che gli organi governativi statali dovettero affrontare; lo Stato aveva il dovere di provvedere all’assistenza materiale e morale di questi bambini. Veniva considerato orfano di guerra colui che aveva perso entrambi genitori, in dipendenza dello stato di guerra. L’assistenza venne garantita a tre categorie: 

Orfani propriamente detti;

Figli assimilati agli orfani di guerra cioè i figli degli invalidi ed inabili al lavoro per un fatto di guerra;

Coloro che hanno perduto il loro principale e necessario di famiglia.

Gli organismi ai quali venne affidata l’assistenza agli orfani furono:

il Ministero dell’Interno, il Comitato nazionale per gli orfani di guerra, i Comitati provinciali per gli orfani di guerra, le Commissioni di Vigilanza, le Congregazioni di carità ed altri enti pubblici come comitati, scuole, colonie agricole, patronati etc. Il Ministero dell’Interno indirizzava e coordinava tutti gli altri Comitati.

Nacquero anche l’ “Opera nazionale per gli orfani dei contadini morti in guerra” e l’ “Opera nazionale per l’assistenza civile e religiosa degli orfani di guerra” che, con la legge n. 1397 del 26 luglio 1929 vennero fuse nell’ “Opera nazionale per gli orfani di guerra”.

Per prestare soccorso agli orfani sorsero anche i Patronati degli orfani di guerra; il Patronato friulano rivestì un ruolo molto importante poiché, grazie al suo interessamento, venne fondato nel 1920 l’Istituto per orfani di guerra di Rubignacco di Cividale del Friuli. Nel 1925 l’Istituto venne ceduto all’ “Opera di Previdenza della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” che di conseguenza lo trasformò nel “ Collegio Nazionale per gli Orfani delle Camice Nere”. Negli anni dal 1935 al 1945, l’Istituto entrò in crisi a causa degli eventi concomitanti determinati dalla Seconda guerra mondiale. Dal 1948 per l’Istituto iniziarono molti cambiamenti. Negli anni Cinquanta avvenne la vera trasformazione: nel 1955 venne fondato il CAP (Centro Addestramento Professionale); nel 1970 divenne “Istituto Friulano per la Gioventù”; a metà anni Settanta venne istituito il “Collegio CAP”. Da quel momento il CAP si trasformò in “Centro di Formazione Professionale” (CFP) ed alla fine degli anni Ottanta al Collegio, vennero ammesse anche le ragazze.

 

MONSIGNOR VALENTINO LIVA

Valentino Liva nacque ad Artegna l'8 marzo 1867. Entrò in seminario a Udine nel 1881 e visti gli ottimi risultati venne accolto nel seminario dei Ss. Ambrogio e Carlo di Roma dove anche frequentò l'Università Gregoriana. Diventato sacerdote si adoperò sia in qualità di insegnante che di pastore di anime e nel 1905 istituì il Patronato Operaio Femminile Udinese con lo scopo di assistere le operaie nei loro interessi professionali e umani. Dopo aver retto la parrocchia di S. Nicolò di Udine, il 4 febbraio 1913 Valentino Liva ricevette l'investitura quale decano dell'Insigne Collegiata di Cividale e il 27 aprile 1913 venne accolto nella città ducale.

In seguito all'entrata in guerra dell'Italia Mons. Liva svolse una puntuale opera di assistenza ai più poveri, ai bisognosi ed anche ai soldati feriti che furono ricoverati negli ospedali allestiti in città. Fondamentale fu la sua azione durante l’anno di occupazione quando rivestì anche il ruolo di sindaco svolgendo le funzioni amministrative e cercando di riorganizzare la vita della comunità con i pochi mezzi a disposizione. Affrontò lavori urgenti come lo sgombero delle strade dai resti del passaggio delle truppe nemiche, il ripristino degli acquedotti del Poiana e di Purgessimo, la riapertura delle scuole e l’attivazione di un magazzino di viveri per distribuire frumento alla popolazione. Su richiesta di parroci, sindaci e abitanti dei diversi paesi del circondario, mons. Liva raccolse informazioni sui civili rimasti o partiti, sui soldati in guerra o nei campi di concentramento, sulle proprietà e sui beni abbandonati.  

Durante questo periodo Mons. Liva raccolse e conservò documenti amministrativi, la corrispondenza intercorsa con i Comandi, i quaderni contenenti le annotazioni personali, le testimonianze degli episodi di violenza e dei furti perpetrati dai soldati occupanti, conscio di dover preservare per il futuro la memoria di un popolo.

Fondamentali diventarono così i suoi diari La vita d'un popolo durante l'occupazione straniera e Anno di prigionia, redatti unicamente «per amore alla verità, e pregando Dio, che abbia a derivarne un po' di bene per la pace di tutti e per il maggior lustro della nostra cara Cividale» ed editi rispettivamente nel 1928 e nel 1929 che, accanto ad una puntuale cronistoria, raccolgono relazioni dettagliate degli sforzi compiuti in difesa delle persone e degli interventi concreti per cercare di riportare la situazione alla normalità .

Il 7maggio 1919 ricevette le insegne di Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia.

Per le sue eccezionali doti intellettuali e morali il 10 maggio 1919 fu nominato visitatore apostolico a Fiume dove il clero era diviso sia dal punto di vista etnico che nazionalistico; anche quando se ne andò da Fiume ricevette molti encomi. Mons. Liva ritornò a Cividale il 30 aprile 1920, dove nei primi anni della dittatura fascista riscontrò diversi problemi a causa del successo che riscuoteva fra i cividalesi. L’ostilità nei suoi confronti andò aumentando sempre più fino ad assumere delle vere forme di sopruso: subì un’irruzione a mano armata in casa sua a scopo di minaccia ma soprattutto, nel 1931, subì anche  un attentato.

Con il passare degli anni, il clima divenne più disteso e, nel 1938, si celebrò il venticinquesimo anno  di permanenza del Decano Liva.

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra. Gli anni del secondo conflitto mondiale furono terribili e drammatici; Liva aiutò le vittime, la popolazione ebraica, i soldati prigionieri e i partigiani.

Alcuni episodi singolari: l’intervento a favore del dott. Leo Levi che venne nascosto nel cimitero di Sanguarzo; la difesa dalla rappresaglia tedesca del paese di Firmano; l’8 febbraio la mediazione con i tedeschi che avevano prelevato quaranta uomini, riuscendo a liberarli, mentre i cosacchi saccheggiavano; il 30 aprile 1945 la trattativa con il comando tedesco per la liberazione di duecento civili rastrellati e tenuti come ostaggi.

Il 1° maggio 1945 Cividale venne liberata dalle truppe alleate.

Il 28 aprile 1946 il popolo cividalese si unì per riconoscere la benemerenza al Decano Liva ringraziandolo per la salvezza della loro cittadina.

Già duramente provato fisicamente, venne colto da malore il venerdì santo 3 aprile 1947.

Monsignor Valentino Liva esalò l’ultimo respiro il 4 ottobre 1947. I funerali, seguiti da un corteo interminabile di gente composta, si tennero il 7 ottobre e per tale giornata l'amministrazione comunale proclamò il lutto cittadino. 

LA SOCIETA’ CIVIDALESE DURANTE IL VENTENNIO FASCISTA

La fine della Grande Guerra produsse gravissimi danni nel sistema economico friulano e causò al Friuli un ritardo dello sviluppo di circa un decennio rispetto a tutte le altre regioni dell’Italia Settentrionale.  Al termine del primo conflitto bellico il Friuli si riunificò con Gorizia, Trieste e con il territorio del monfalconese. Venne istituita la Provincia del Friuli che escludeva Portogruaro, che restava sotto Venezia, mentre il confine orientale venne spostato più ad est, includendo anche l’Istria.

Nel 1919 vennero indette le prime elezioni a suffragio universale maschile che fu introdotto quello stesso anno. Le votazioni che si svolsero dal 1919 fino alla definitiva ascesa del regime fascista furono le seguenti: elezioni per la Camera dei Deputati nel 1919, nel 1921 e nel 1924; votazioni per le amministrative comunali avvenute nel 1920 e nel 1922.

Nel 1922, quando si svolsero le prime elezioni amministrative nelle province annesse, il clima era ormai pregno della diffusa violenza fascista che ormai si esprimeva con la forza; la situazione sociale risentiva pesantemente del ruolo che il movimento fascista stava assumendo. Nel mese di febbraio del 1922 l’Associazione del Circondario di Pordenone, si fuse con il Circondario di Cividale assieme a quello anche di Codroipo e Palmanova e diede origine alla Federazione friulana degli Agricoltori. La nuova Federazione era affiliata al Partito Agrario Nazionale che aveva dei legami stretti e di cordialità con il movimento fascista.

La vita sociale del Friuli nel turbolento dopoguerra che va degli anni 1919 al 1922, è caratterizzata da violente lotte sociali molto spesso finalizzate alla ricerca di occupazione e vede come protagoniste le popolazioni del ceto agricolo. Le agitazioni nelle campagne erano iniziate già nell’autunno del 1919 ma è soprattutto nei primi mesi del 1920 che la questione sociale nelle campagne iniziò a porsi nei suoi tratti più espliciti. Si era fondata, sempre nel 1919, la Confederazione delle leghe bianche, ufficialmente denominata Unione del Lavoro, che ebbe il suo congresso di fondazione ad Udine nel marzo 1920. In quella sede erano presenti ben 59 leghe che rappresentavano complessivamente 4.500 famiglie e 15.000 persone.  All’interno delle leghe vi era un programma anche se oramai si notava la divisione fra il popolarismo e il cattolicesimo;  infatti non tutti erano d’accordo con il programma ufficiale. Faleschini, per esempio, dirigente delle leghe di Cividale del Friuli, riteneva che fosse controproducente rompere definitivamente qualsiasi legame con i proprietari i quali possedevano una competenza tecnica che non tutti i contadini avevano. Faleschini era favorevole a battersi per ottenere un contratto di colonia parziaria.

La primavera e l’estate del 1920 furono molto turbolente causa le lotte nate nelle campagne.

Quando si concluse questo periodo così violento grande fu lo smacco: rispetto alle richieste di partenza (abolizione della mezzadria e della colonia, determinazione del contratto in denaro) i risultati ottenuti dalla mobilitazione delle leghe bianche furono davvero modesti.

Le lotte agrarie riaffiorarono l’anno seguente quando molti contratti si stavano avvicinando alla scadenza; ma ormai i punti di forza si erano nettamente spostati a favore dei proprietari terrieri.

In un clima di pesante reazione da parte degli agrari e dei fascisti, i contadini e i braccianti terrieri del Friuli orientale erano profondamente disorientati; alla fine del 1922 il socialismo friulano usciva sconvolto come anche il cattolicesimo sociale; si apriva ormai la strada al trionfo del fascismo e non solo sul piano politico.  La presa definitiva del potere da parte del Fascismo avverrà con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. La marcia sulla capitale ebbe degli effetti immediati in tutta la penisola. Anche in Friuli, come nel resto del paese, la sostituzione del potere avvenne senza uso della violenza e in una situazione di sostanziale calma; senza incontrare alcuna resistenza da parte delle autorità costituite, le squadre fasciste poterono occupare i principali edifici pubblici, le stazioni ferroviarie e le sedi municipali.

Alle successive elezioni del 1924 – effettuate su base maggioritaria per effetto della ridefinizione delle circoscrizioni voluta per ridurre il più possibile il peso delle forze antifasciste e delle minoranze – la situazione venne completamente ribaltata e consegnò al Fascismo, nella circoscrizione della Venezia Giulia ovvero Trieste, Gorizia, Parenzo, Zara e Udine oltre il 60% dei consensi.

Tra il 1922 e il 1943, come nelle altre zone confinarie italiane abitate da minoranze etniche,  il regime fascista esercitò in Friuli un acceso nazionalismo in funzione antislava e antitedesca. Severe misure furono adottate nei confronti delle minoranze croate e slovene nel tentativo di imporre il predominio italiano sui territori attribuiti all'Italia col trattato di Rapallo.

Le violenze squadriste iniziarono già dal 1921 a devastare e a incendiare le sedi istituzionali della sinistra e delle minoranze slovene e croate. 

A Cividale del Friuli ci furono, fortunatamente, solo casi di intimidazione personale e spedizioni che vedono i fascisti cividalesi impegnati in scorribande nelle zone limitrofe e a Caporetto.

Il fascismo promosse iniziative sia culturali, economiche ed assistenziali così come la propaganda del Regime e la volontà di creare una specie di appartenenza comune mediante la diffusione del Calendario del Fascismo.

A Cividale del Friuli nacque, per volontà del PNF, una Scuola di Cultura Fascista con il fine di far perseguire alle nuove generazioni quell’elevazione culturale di cui erano prive, in modo che, grazie ad essa, potessero dare lustro alla nuova Patria.

Con regio decreto del 1° maggio 1925 fu istituita l'Opera Nazionale dopolavoro (OND), con il compito di organizzare il tempo libero dei lavoratori. Per definizione statutaria l’istituzione doveva curare l'elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l'escursionismo, il turismo, l'educazione artistica, la cultura popolare, l'assistenza sociale, igienica, sanitaria, ed il perfezionamento professionale.

Lo scopo primo dell'OND era inizialmente limitato alla formazione di comitati provinciali a sostegno delle attività ricreative, ma tra il 1927 e il 1939 da ente per l'assistenza sociale diventò "movimento" nazionale che vigilava sull'organizzazione del tempo libero.

Le attività dei vari circoli erano indirizzate alla realizzazione di un programma uniforme:

Istruzione: cultura fascista e formazione professionale; 

Educazione fisica: sport e turismo; 

Educazione artistica: filodrammatica, musica, cinema, radio e folklore .  

Il 14 novembre 1925 vennero sciolte la Confederazione delle cooperative italiane  e la Lega nazionale delle cooperative e mutue e sostituite,  il 30 dicembre 1926, dalla costituzione dell'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione, inquadrato nell'ordinamento corporativo; organismo monocratico incaricato di coordinare ciò che restava del movimento. Nel 1928 la SOMSI di Cividale del Friuli dovette aderire all'OND e nel 1930 aderì all'Ente Nazionale Fascista di Cooperazione che esercitava un controllo costante sulle istituzioni federate, alle quali venivano inviati comunicati tassativi e frequenti volti ad ottenere più informazioni possibili sulla loro attività economica e sociale. Dal 1938, con la promulgazione  delle leggi razziali, vennero esclusi dalle Mutue Volontarie i soci di razza ebraica. Dopo l’uccisione di Giacomo Matteotti, avvenuta il 10 giugno, iniziò il processo smantellamento dello Stato liberale e  con esso cominciò il nuovo corso del Fascismo che si costituì in regime dittatoriale dal 3 gennaio 1925.

L’ATTENTATO A MUSSOLINI

Nel 1925 venne intrapreso un capillare controllo delle istituzioni che prevedeva interventi delle autorità competenti nei casi in cui esistessero sospetti di complotti o sobillazioni.

Agli inizi del 1926 giunse dalla Prefettura il comunicato di scioglimento forzato del Consiglio della Somsi e venne nominato Commissario Prefettizio il sig. Gottardis Cornelio; all'inizio solo per un periodo semestrale poi invece venne prolungato fino al 1934.

Il 4 novembre 1925 Mussolini subì un attentato al quale venne accusato di coinvolgimento anche il Presidente della Somsi Zanuttini che, per questo motivo, nel 1926 venne sospeso dalla carica di Presidente della Società. Fu accusato e condannato ad otto anni di carcere per aver partecipato, finanziandolo attraverso la Banca Agricola di Cividale che allora presiedeva, all'attentato al duce messo in atto dall'onorevole Tito Zaniboni. Zanuttini si professò sempre estraneo ai fatti, ma non  fu sufficiente e la condanna arrivò due anni dopo, il 7 luglio 1927. Sui muri della sua abitazione, alcuni squadristi fascisti scrissero "qui abita un traditore della Patria".

Nel novembre 1925, presa a pretesto la presunta partecipazione al fallito attentato al Duce da parte dell'allora Presidente Zanuttini Ettore, la Società Operaia venne prontamente commissariata ed ai suoi vertici furono collocate personalità più affini al Regime.

Nel 1927 Zanuttini venne processato  e condannato a otto anni e due mesi di carcere. Negli anni che seguirono altri cividalesi subirono la stessa sorte: Canussio Umberto che venne assolto e Del Fabbro Pietro a cui verrà imputata una condanna di otto anni; il loro reato fu di aver celebrato la ricorrenza del 1°maggio 1930. Le indagini fasciste scoprirono l'esistenza dell'organizzazione comunista, che aveva numerosi aderenti ed aveva sede nello stabilimento "Estratti tannici".  Nello stesso anno, Bier Amilcare venne condannato a 5 anni poiché appartenente al Partito Comunista d’Italia. 

Il PCd'I nel 1932 organizzò lo sciopero dei lavoratori dell'Italcementi con l'apporto di alcuni compagni: fu un evento memorabile per la  cittadina che sfociò in una manifestazione in Piazza Duomo. 

In quegli anni la repressione fascista sul confine orientale fu molto dura:  vennero arrestati e deferiti al Tribunale speciale 32 comunisti del cividalese: uno di essi si suiciderà in carcere durante gli interrogatori mentre un altro morirà in prigione in circostanze poco chiare.  Nel volgere di qualche anno seguirono altri processi a ben 52 cittadini cividalesi che vennero condannati al carcere. Alla fine della sua attività il Tribunale avrà comminato ai 4596 condannati 42 pene di morte di cui 31 eseguite, 3 ergastoli e 27.752 anni  5 mesi e 19 giorni di carcere. In quegli stessi anni circa 80 cividalesi vennero messi sotto controllo dalle forze di polizia; alcuni di loro dovettero, nel 1938 in occasione delle visite di Mussolini in regione con i suoi gerarchi, subire un periodo di carcerazione "preventiva" della durata commisurata all'importanza del gerarca. Nell’occasione della visita del Duce  il carcere per queste persone durò un mese e mezzo.

IL REGIO LICEO GINNASIO “PAOLO DIACONO”

Nel 1926, grazie all’interessamento del cividalese P.S. Leicht, Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Educazione Nazionale, venne istituito il Regio Liceo – Ginnasio “Paolo Diacono”.  Come sede venne scelto il secentesco palazzo de Claricini, situato in pieno centro storico ed affacciato su piazza Foro Giulio Cesare e che tutt’ora ospita l’istituto. Sulla medesima piazza è ubicato il monumento eretto in onore ad Adelaide Ristori (purtroppo mai ufficialmente inaugurato poiché la cerimonia che si doveva svolgere il 30 agosto 1914 fu impedita dagli eventi bellici). Nel 1943, con la circolare del Provveditorato del 5 ottobre, il Liceo non fu più “Regio” ma definito “governativo” e il ritratto del Re Vittorio Emanuele III venne sostituito con quello di Mussolini.

Dopo l’8 settembre 1943 molti studenti e professori del Liceo presero parte alla Resistenza: a testimonianza di questo fatto, al Liceo Paolo Diacono, è stato conferito il titolo di socio onorario dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani.

L’INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO AI CADUTI E IL PRINCIPE UMBERTO II

Il 21 aprile del 1929, alla presenza del Principe di Piemonte Umberto II di Savoia, si tenne l’inaugurazione del Monumento ai Caduti: evento atteso da parecchi mesi da tutta la cittadinanza poiché ritenuto un avvenimento molto importante per la storia della città. 

L’autore del Monumento fu lo scultore Aurelio Mistruzzi che, tornato dalla guerra, si dedicò a commemorare e a celebrare i compagni d’arme caduti in una serie di monumenti eretti in diverse città del Friuli Venezia Giulia. Alla costruzione del Monumento partecipò Leone Morandini. Della visita del Principe Umberto II vi è testimonianza fotografica grazie alle foto che il fotografo Giacomo Bront (1885 – 1978) scattò per l’ eccezionale evento. Il suo studio fotografico, di cui le prime notizie ufficiali risalgono al 1923, era ubicato dapprima in via Monastero Maggiore poi in corso Mazzini. Negli anni Venti decise di intraprendere la strada della fotografia professionale  nella cittadina ducale dove già operava da tempo lo studio Verderi. Negli stessi anni anche Remo la Porta aveva iniziato a esercitare il mestiere di fotografo. Questa situazione concorrenziale testimonia la vitalità di Cividale che svolgeva una funzione di attrazione per un ampio territorio circostante e che aveva un’importanza pari a quella dei centri più grandi.

(Lo studio fotografico Bront svolse la sua attività a Cividale del Friuli per tre quarti del secolo scorso fino al 1994).

L’ISTITUTO MAGISTRALE

Il 5 ottobre 1931 prende avvio l’Istituto Magistrale Inferiore con 12 alunne. Lentamente, negli anni seguenti, il flusso delle allieve aumentò costantemente e nell’ottobre 1935, allorché l’Istituto Magistrale raggiunto il corso completo di quattro classi nel Corso Inferiore apre la prima classe del Corso Superiore, le studentesse sono già 103, di cui 11 iscritte alla prima classe Superiore. Annualmente viene concessa l’autorizzazione ad aprire una nuova classe, fino a che, raggiunte e completate le sette classi del corso inferiore e superiore, il 10 giugno 1938 viene concessa la parifica e nel 20 ottobre 1942 è concessa anche alle Scuole Elementari.

GLI ANNI TRENTA 

Il 4 aprile 1934 il Comune di Cividale, con le autorità Civili e Militari e assieme al Decano Liva, iniziò a preparare il programma della cerimonia relativa al trasferimento dei resti dei soldati da Cividale al Tempio Ossario di Udine. Il 12 aprile, presso la piazza del Duomo e largo Boiani, gremite di gente, si celebrarono le onoranze ai Caduti. La cerimonia iniziò con l’esecuzione dell’inno del “Piave” da parte delle Bande dei Corpi Militari, poi, Mons. Liva pronunciò il discorso ufficiale.  Sugli automezzi della ditta Folicaldi, decorati con coccarde e bandiere tricolore e corone d’alloro, vennero adagiate 3.500 urne.  

Domenica 24 aprile 1938, alle ore 15, venne benedetta l’Immagine della Madonna di Castelmonte durante una cerimonia al cospetto del Vescovo Mons. Nogara, del Decano Liva, del clero, della Forania, dell’Autorità Civile, delle Istituzioni civili e cattoliche, di un reparto armato del Regio Esercito ed un nucleo di reduci dall’Etiopia. Tale Immagine venne consegnata ai Padri Missionari, che dopo la cerimonia in corteo, partirono dalla stazione ferroviaria verso Napoli che era il punto di partenza per Addis Abeba. La Sacra Immagine della Madonna venne posizionata momentaneamente nella cattedrale di Addis Abeba per essere venerata, poi venne collocata a Doddu, dove si trova tuttora.

Nel settembre 1938, il Governo italiano, emanò un decreto con cui allontanava gli Ebrei dagli Istituti Governativi e veniva proibito a chi fosse di nazionalità ebraica di iscriversi nelle scuole pubbliche del Regno: questi provvedimenti dimostravano chiaramente la sottomissione italiana alla politica razziale della Germania. Le Leggi Razziali vennero emanate in Italia tra il 5 Settembre 1938 e il 29 Giugno 1939 e ricalcano essenzialmente quelle promulgate in Germania. Il primo documento ufficiale da cui sono poi scaturite le suddette Leggi Razziali, è il Manifesto sulla purezza della razza pubblicato il 14 Luglio 1938. 

Nello stesso mese di settembre il Duce venne in visita in Friuli Venezia Giulia e tali leggi, vennero lette, da lui, per la prima volta il 18 settembre a Trieste dal balcone del Municipio.  

Per preparare Cividale  all’arrivo di Mussolini, si realizzarono alcuni lavori di abbellimento e sistemazione edilizia: vennero demolite delle case in Borgo di Ponte, ampliato l’Istituto CC.NN di Rubignacco, sistemate alcune vie, rifatte le balaustre del Ponte del Diavolo.La visita avvenne il 20 settembre alle ore 17.30 (nella mattina il Duce si trovava a Trieste); al suo arrivo si fermò davanti al Municipio e poi inaugurò il Gonfalone; proseguì verso la Casa del Fascio e l’Istituto degli Orfani fermandosi, prima, in piazza Adelaide Ristori.

Gli venne regalata, come ricordo a visita conclusa, una riproduzione della spada del Patriarca Marquardo von Randeck.

Il 10 febbraio 1939 morì Papa Pio XI. Alle ore 20 del 2 marzo venne eletto il nuovo pontefice: S.E. Cardinale Eugenio Pacelli che assunse il nome di Pio XII.

 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Nel 1936  era scoppiata la guerra civile in Spagna fra il fronte popolare (appoggiato dalla Russia e dalle brigate internazionali) e il gruppo reazionario della Falange capeggiato da Francisco Franco. Lo scontro si concluse nel 1939 con la fine della Repubblica spagnola e l’inizio di una dittatura di stampo fascista.

Il 16 marzo del 1936 la Germania di Hitler aveva invaso la Cecoslovacchia infrangendo i patti di Monaco; nel 1938 aveva già annesso l’Austria. Forte dell’alleanza con l’Italia, sancita dall’Asse Roma – Berlino e poi dal patto d’Acciaio (maggio 1939) Hitler si preparava a invadere la Polonia. Il 23 agosto 1939 firmò un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica e il 1°settembre 1939 varcò il confine polacco. Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania, mentre l’Italia si mantenne neutrale. Le armate tedesche invasero la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo nell’aprile – maggio 1940.

La travolgente offensiva tedesca di primavera indusse Mussolini all’intervento. Quando ormai la disfatta francese era ormai certa il 10 giugno 1940 il Duce annunciava l’entrata in guerra dell’Italia dichiarando poi guerra all’Inghilterra e alla Francia. Aggirata la linea Maginot, i Tedeschi sconfissero i Francesi nella battaglia della Somme il 14 giugno 1940 ed entrarono a Parigi. Caduta la Francia l’Inghilterra rimaneva da sola di fronte alla Germania del Terzo Reich.

Il 28 ottobre 1940 Mussolini decise di muovere guerra alla Grecia, ma le truppe italiane furono respinte dalla controffensiva nemica.

Nell’aprile 1941 l’Italia dichiarò guerra alla Jugoslavia che fu rapidamente occupata dalle armate tedesche.

Cividale del Friuli, pur essendo lontana dai fronti di guerra, ne sentiva gli effetti: le esercitazioni militari erano intraprese ovunque e questo danneggiava i terreni agricoli;  vennero occupate case e chiese quali San Francesco e San Giovanni in Xenodochio che divennero deposito munizioni ed indumenti (decreto del Ministero della Guerra n.35 del 1°luglio 1941). 

Nonostante gli inevitabili disagi inerenti al conflitto provocati in particolare dalla Carta annonaria che costringeva la popolazione a lunghe file per gli approvvigionamenti, sempre troppo scarsi e che  costringeva molte persone a ricorrere al mercato nero, Cividale del Friuli poteva considerarsi, nei primi tempi, una località più tranquilla rispetto ad altre del Friuli. 

Con l’avvento della guerra iniziò la chiamata alle armi degli uomini e questo, oltre che causare dolore, creava la mancanza di manodopera nei campi, con la conseguente assenza di reddito per le famiglie.

 

1943

La guerra continuava per l’Asse ma non con i risultati che Germania e Italia pensavano.

Nel maggio 1943 il timore dei bombardamenti a Cividale era alto e la popolazione si chiudeva in casa al tramonto e si ascoltava la radio per apprendere le nuove notizie riguardanti gli sviluppi della guerra.

Nei giorni 9 e 10 luglio 19143 gli Anglo – Americani sbarcarono in Sicilia.

Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo approvò a larga maggioranza un ordine del giorno di sfiducia a Mussolini; il re Vittorio Emanuele destituì Mussolini dalla carica di capo del Governo, lo fece arrestare e lo sostituì con il maresciallo Badoglio. Il governo Badoglio durò quarantacinque giorni. Badoglio, incoraggiato da Churchill, tagliò ogni ponte con il Fascismo, liberò i detenuti politici, abrogò le leggi razziali emanate contro gli Ebrei nel 1938 e sciolse tutte le istituzioni fasciste (il Partito fascista, il Gran Consiglio, la Camera dei fasci e delle corporazioni, il Tribunale speciale).

La Germania capì quanto stava accadendo ma intanto Badoglio firmò un armistizio con gli Alleati (il 5 settembre) che venne annunciato l’8 settembre 1943 nello stesso momento in cui le forze alleate sbarcavano a Salerno.

L’esercito italiano si trovò abbandonato a se stesso, il Re e Badoglio erano fuggiti al Sud sotto la protezione anglo – americana. Le divisioni italiane furono facilmente disarmate dai Tedeschi e la Penisola restò tagliata in due: quella meridionale liberata dagli Alleati, quella centro – settentrionale occupata dai Tedeschi e destinata a conoscere le sofferenze e i lutti della guerra civile. 

Il coprifuoco venne fissato alle ore 18. Il 12 settembre i Tedeschi liberarono Mussolini da Campo Imperatore (nel cuore del massiccio del Gran Sasso), dove era tenuto prigioniero. Dietro pressione tedesca Mussolini creò un nuovo governo fascista con capitale Salò (sulle rive del Garda): nacque la Repubblica Sociale chiamata anche Repubblica di Salò.

La nuova occupazione tedesca impose la propria moneta, il coprifuoco, la presa in possesso di tutti gli uffici militari ed il controllo di quelli civili.

Il 10 settembre 1943 Hitler firmò l’ordinanza che istituiva, nelle regioni nord orientali dell’Italia occupata dalle truppe tedesche, due nuove entità politico-amministrative:

L’Operationszone Alpenvorland o Zona d’Operazioni Prealpi, costituita dalle province di Bolzano, Trento e Belluno;

L’Operationszone Adriatisches Küstenland o Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, che raggruppava le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fume, Lubiana e le isole del Quarnaro (Cherso, Lussino e Veglia).

A questi territori, che vennero sottratti all’autorità della Repubblica Sociale Italiana, venne imposto un regime d’occupazione diverso rispetto a quello che i Tedeschi riservarono al resto d’Italia.

Questo fu determinato da ragioni sia di ordine militare (funzione strategica di collegamento fra il fronte italiano e quelli jugoslavo), sia da ragioni di ordine politico (questi territori in caso di vittoria tedesca sarebbero stati annessi al Reicht).

A governare il Litorale Adriatico, con il titolo di Commissario Supremo, venne inviato Friedrich Rainer, che mantenne anche la carica di Gaulaiter di Carinzia e dei territori occupati dall’Alta Carniola. Il Commissario Supremo stabilì la propria sede a Trieste e assunse tutti i poteri politici, amministrativi, giudiziari ed economici; nominò direttamente i prefetti ed i podestà ed introdusse nel Litorale Adriatico leggi e disposizioni germaniche, istituì tribunali che imposero la procedura penale tedesca.

Le potenzialità economiche del territorio occupato vennero dirottate verso la Germania e di conseguenza le fabbriche legate al settore militare furono poste sotto diretto controllo tedesco come anche la manodopera locale venne posta al servizio delle esigenze delle industrie del Terzo Reich.

Migliaia di uomini furono inviati al lavoro coatto in Germania e a tutti i maschi venne imposto il servizio obbligatorio di guerra e l’obbligo di lavorare alla costruzione delle opere di fortificazione per conto dell’Organizzazione Todt.

Dalla gestione del potere vennero estromesse le autorità della Repubblica Sociale Italiana (RSI) alle quali fu proibito anche di procedere al reclutamento dei maschi: le reclute italiane, infatti, vennero inquadrate direttamente dai tedeschi in corpi armati locali, come la Milizia Difesa Territoriale e la Guardia Civica, che erano alle loro dirette dipendenze.

Nel territorio del Litorale Adriatico nessuna formazione militare della RSI poté entrare senza previa autorizzazione da parte dei comandi tedeschi e, quei pochi che vennero ammessi, furono privati dell’autonomia operativa in quanto, ad ogni comandante italiano venne affiancato un consigliere militare tedesco; lo stesso accadde agli amministratori locali.

Il controllo del territorio e la lotta contro le formazioni partigiane furono di pertinenza esclusivamente della polizia e delle forze armate tedesche.

La Repubblica Sociale Italiana (RSI) organizzò ufficialmente un proprio esercito dal 27 settembre 1943 che rispondeva agli ordini di Rodolfo Graziani.

Il 20 novembre venne istituita la Guardia Nazionale Repubblicana con il compito di controllare il territorio, che era formata con reparti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (Mvsn), dei carabinieri, della polizia in servizio nelle colonie. La Guardia Nazionale Repubblicana (Gnr) fu affidata al comando di Renato Ricci.

Comandante del 204° Comando Militare Regionale fu nominato il generale Giovanni Esposito; questa era una delle 11 aree geografiche in cui venne suddiviso il territorio controllato dalla RSI. La sua giurisdizione si estendeva alle province di Udine, Trieste, Gorizia, Pola e Fiume ma, la sua autorità fu continuamente sottoposta al controllo del Commissario Supremo del Litorale Adriatico.

Le forze militari della RSI furono costituite in gran parte con quei reparti già presenti in Friuli e nella Venezia Giulia e che al momento dell’armistizio trovarono dei punti di riferimento e di aggregazione in ufficiali decisi a continuare la guerra a fianco dell’esercito del Terzo Reich.

Fra questi vi fu il Reggimento alpini Tagliamento che venne costituito fra il 17 settembre e l’ottobre 1943, con soldati dell’ 8° Reggimento Alpini, su iniziativa di Ermacora Zuliani che era il console della Milizia fascista locale.

Il Reggimento Tagliamento era composto da due battaglioni di alpini e uno di bersaglieri e fu utilizzato dal 26 settembre nella zona di Gemona e di Cividale. Nel mese di marzo del 1944, venne dislocato nell’alta valle dell’Isonzo a controllare il territorio da Tolmino fino a Plezzo, posto alle dipendenze del comando tedesco SS-Polizei. Il comando, inizialmente a Udine, fu spostato poi a Cividale ed infine a Tolmino.

 

LA SITUAZIONE A CIVIDALE DEL FRIULI DOPO L’8 SETTEMBRE 1943

La sera dell’8 settembre 1943 giunse la notizia dell’armistizio concluso dal Maresciallo Badoglio con gli Anglo – Americani. Dopo un iniziale momento in cui la popolazione ebbe la sensazione dell’ approssimarsi della fine del conflitto, ci fu nei giorni seguenti la diffusione di notizie angoscianti.  

Il primo contingente di truppe tedesche arrivò a Cividale il 14 settembre e si installò inizialmente nella caserma ‘’Principe Umberto’’mentre le truppe mongole, arrivate assieme a loro, presero possesso della caserma di via 4 novembre e di quella della GAF (Guardia alla Frontiera). Il territorio friulano – giuliano – isontino con l’avvenuta occupazione tedesca iniziò a far parte del Litorale Adriatico – Adriatischen Kunstenland  - e si trovò sotto l’imposizione della legge nazista. 

I soldati italiani, che erano dislocati nelle varie caserme della città, approfittarono della momentanea confusione per fuggire sui monti che circondavano Cividale per unirsi ai partigiani. La reazione tedesca non tardò ad arrivare: prontamente infatti cominciarono i rastrellamenti in tutto il Friuli e i soldati catturati vennero inviati nei campi di concentramento in Germania. Mons. Valentino Liva, decano di Cividale, si adoperò subito per inviare viveri e beni di conforto ai prigionieri, istituendo un Comitato di Assistenza per raccogliere derrate alimentari da inviare loro: in poco tempo, grazie anche all’aiuto di molti cittadini furono raccolti ben 6.500 pacchi. Le truppe partigiane erano una vera spina nel fianco dei tedeschi tant’è che a Cividale si viveva uno stato di allerta continua. Ogni azione partigiana era puntualmente vendicata dai teutonici con azioni di ritorsione e bombardamenti da loro definite nei loro dispacci come semplici ‘”esercitazioni”. Il 6 di novembre di quello stesso anno il santuario mariano di Castelmonte venne coinvolto in un duro bombardamento atto a contrastare le azioni partigiane . Sul luogo sacro vennero sparate 300 granate e cinque colpi di cannone caddero sulla chiesa, devastandola.  Per fortuna il bombardamento non causò ne morti e ne feriti e questo fatto fu per molto tempo attribuito alla mano protettrice della Madonna a cui il santuario è dedicato. Ad alimentare la leggenda ci fu anche lo scoppio del cannone che aveva sparato contro Castelmonte: la sua esplosione lascò feriti cinque soldati tedeschi di cui due molto gravi. Questo episodio destò grande impressione tre le file dei teutonici. Nonostante ciò i la presenza di partigiani nei pressi del santuario continuava tant’è che i cannoni furono trasferiti vicino ad Azzida e S. Quirino. Fra il 12 e il 18 di novembre vennero effettuati ancora altri bombardamenti che per fortuna non causarono danni a cose o persone. La vita in città era fortemente condizionata dalla presenza dei tedeschi e dalle disposizioni da essi emanate. Il Comando tedesco, tentò attraverso un incontro con mons. Liva, di trovare una soluzione affinchè la popolazione cividalese fossa più collaborativa e accettasse in maniera positiva la presenza straniera in città. Il 2 dicembre Mons. Liva convocò il clero della forania cividalese per discutere urgentemente dei provvedimenti da adottare. Gli argomenti principali riguardarono i comportamento che il clero doveva avere con i partigiani e con i tedeschi sia le misure da adottare per venire incontro a tutte quelle famiglie (se ne contavano più di 700) che versavano in gravi difficoltà economiche. Da qui venne esteso un accorata richiesta a tutti i partecipanti a contribuire personalmente come meglio potessero per poter far fronte a tutte le richieste. I giornali del primo dicembre avevano riportato la notizia che tutti gli ebrei residenti in Italia sarebbero stati deportati in campi di concentramento ed i propri beni confiscati e venduti. Questo periodo rappresentò il momento più duro della guerra con i continui bombardamenti aerei cominciati il mese di dicembre. Il 14 e il 16 di quel mese alcune bombe cadute su Cividale provocarono diversi morti e grande fu la paura ed il panico fra la popolazione. Nei dintorni di Cividale erano accampati alcuni reparti di Cosacchi che a causa della loro tendenza ad ubriacarsi sparsero il terrore nelle dintorni della cittadina, tant’è che nel corso di una rappresaglia incendiarono e distrussero Faedis.

 

1943 LE FUCILAZIONI NELLA CASERMA FRANCESCATTO

Alla fine dell’anno 1943, dietro l'attuale caserma "Francescatto", in località comunemente denominata "Cjamp de Verzis", vennero eseguite innumerevoli fucilazioni. E’ grazie alle testimonianze del Prof. Paolo Rieppi e agli studi del 1978 effettuati da  Giuseppe Jacolutti, che verrà reso pubblico tutto quello che si conosceva delle fucilazioni e che farà passare alla storia quella località con l’appellativo di "Fosse del Natisone". A Liberazione avvenuta, dalle "Fosse" vennero esumate 105 salme di fucilati dai nazi-fascisti; di queste solo una minima parte venne identificata mentre il numero esatto delle vittime totali rimane ancora da accertare.

Dal settembre 1943 fino alla Liberazione della Città, nella sede della caserma occupata dal reparto nazista della Pz. Kp. della 24 Waffen  Gebrings "Karststjager" delle SS, vennero torturate e fucilate centinaia di persone.

In questo luogo, ogni anno nel mese di dicembre, viene organizzata una commemorazione da parte del Comune di Cividale del Friuli, amministrazione insignita della  Medaglia d'Argento per i fatti della Resistenza.  

 

LE VIOLENZE CONTINUANO 

In città, come ovunque, vigeva il coprifuoco e le rappresaglie per mano tedesca erano continue: se scoprivano che uno di loro era stato ucciso erano soliti fucilare dieci italiani. Purtroppo le esecuzioni furono frequenti sia lungo la riva del Natisone e nei pressi del Campo Sportivo di Cividale. Il giorno della vigilia di  Natale per osservare il coprifuoco alle 16.45 venne celebrata la messa solenne della Notte Santa; vi parteciparono bambini, donne,  anziani ed un gruppo di cattolici tedeschi. Oltre alle questioni direttamente inerenti al conflitto in corso mons. Liva dovette far fronte anche alle crescenti tensioni fra capifabbrica ed i lavoratori che ancora erano rimasti sul territorio. Pazientemente cercò di mediare fra le due parti riuscendo a far garantire ai lavoratori un salario adeguato per sostentare le loro famiglie e la garanzia che i lavoratori non sarebbero stati internati dai tedeschi. Nella cittadina oltre ai timori per gli scontri fra partigiani e tedeschi si respirava un disagio diffuso a causa dell’avviata persecuzione contro gli ebrei. Due gli episodi significativi che meritano, come esempio, di essere ricordati. Il primo è inerente al medico condotto Leo Levi, persona generosa e dedito alla professione medica con grande passione, sempre pronto ad accorrere presso gli ammalati. Per impedire il suo arresto, mon. Liva chiese al parroco di Sanguarzo don Terzo Zanini di ospitarlo in un luogo sicuro. Fino alla fine della guerra venne tenuto al sicuro presso la cappella mortuaria del cimitero del paese mentre alcune famiglie di Purgessimo si presero amorevolmente cura di lui. Il secondo episodio, più doloroso, coinvolge la famiglia Schonfeld-Piccoli, dedita al commercio nella cittadina ducale.

Il 22 aprile 1944 la signora Elvira Schoenfeld Piccoli venne prelevata da una pattuglia di S.S. dalla sua abitazione in Corso Mazzini, poiché ebrea, venendo fatta salire su un’auto militare. La terzogenita, Amalia Piccoli, ventitreenne (30.06.1920) non volendo abbandonare la madre anziana e sofferente di 68 anni, volontariamente la segue nelle tappe di un viaggio dal quale non farà più ritorno: Udine – Trieste – Risiera di San Sabba, carceri del Coroneo – e da qui, attraverso il  Brennero, dal 27 aprile al 2 maggio, su un carro bestiame, con altri 152 deportati, ad Auschwitz – Birkenau, andando incontro all’orrenda fine nel campo di concentramento nazista. A Trieste Amalia lascia cadere dal vagone un foglietto che è riuscita a scrivere in fretta, indirizzato ad una parente per informarla di quello che è capitato loro. Il foglio, tramite un ferroviere, giunge a lei che con queste tristi parole informerà Alfredo, fratello di Amalia: ‘’Carissimo Alfredo, non ti vorrei dire ma devo. Sono partite per la Germania questa mattina[…] da Aushwitz furono inviate al sobborgo di Birkenau […] furono avviate subito alle camere ed eliminate in meno di 15 minuti dai gas. I corpi buttati nei forni crematori’’.

La lotta fra partigiani e truppe di occupazione continuava aspramente, per cui agli attacchi dei primi i secondi rispondevano sempre con rappresaglie, fucilazioni ed incendi. Quello che accadde il tardo pomeriggio del 25 maggio 1944 a Premariacco è emblematico. Mentre la corriera si era fermata davanti alla posta per scaricare la corrispondenza, due partigiani salirono velocemente e con le rivoltelle in mano freddarono i due tedeschi che erano a bordo.

La vendetta dei tedeschi non tardò ad arrivare. Poco dopo, infatti, a Firmano di Premariacco le SS avevano fecero sgomberare le case per incendiare il paese. Solamente l’azione mediatrice di Mons. Liva fermò la rappresaglia del Comando delle S.S. Nel territorio cividalese i soldati tedeschi avevano creato una rete di spie per essere continuamente informati su ogni azione, ritenuta sospetta, dei cittadini.

Per vendicarsi dei fatti accaduti il 25 maggio i tedeschi prelevarono, in data 29 maggio, dalle carceri di Udine, venti detenuti che furono impiccati a Premariacco e a San Giovanni al Natisone.

La crudeltà degli occupanti si abbatteva anche sugli innocenti:  i componenti delle famiglie Rieppi di Fornalis furono arrestati e portati a Udine poiché possedevano una rudimentale radio trasmittente; con loro, assieme al suo colono, venne prelevato anche l’avv. Pelizzo che subì un lungo interrogatorio prima di essere rilasciato.

Il 13 luglio 1944, dopo una feroce razzia, fu incendiata una casa nei pressi del cimitero di Cividale: vennero trovati morti, nei loro letti, i due abitanti di quelle casa, colpevoli, a parere dei tedeschi di aver sparato dei colpi di fucile.

Don Luigi Tempo celebrò i loro funerali e per questo venne arrestato dai Tedeschi e portato in caserma. Anche in questo caso l’intervento di Mons. Liva si rilevò fondamentale per la liberazione del parroco.

Nel mese di settembre del ’44 il fronte anglo-americano avanzava verso settentrione e sui nodi stradali i bombardamenti erano sempre più frequenti. I partigiani continuarono la loro azione di contrasto verso i tedeschi per poter facilitare l’arrivo degli Alleati.  La lotta si fece sempre più serrata e tra il 27 ed il 29 settembre ci furono parecchi incendi a Faedis a Attimis e a Nimis. A Masarolis vennero bruciate 25 case, 2 a Torreano, 8 a Prestento e a Faedis 36.

Gli ultimi giorni di settembre furono colmi di aspri e feroci combattimenti; Mons. Liva si recò dall’Arcivescovo Nogara per riferire di quanto accaduto a Faedis e lui si recò subito al Comando tedesco per protestare contro quanto era accaduto.

Pochi giorni dopo bruciò anche Subiit con la sua Chiesa.

Il clima ormai non era solo di sofferenza ma stava aumentando anche il sospetto; gli Ufficiali tedeschi accompagnati dai fascisti erano soliti entrare nelle case per rubare, razziare e compire dei rastrellamenti di uomini e giovani.

Il 19 settembre 1944 il Monastero delle Orsoline aprì le porte a 70 sfollati provenienti da Pola: famiglie intere, composte da madri e figli, in attesa di essere accolti dalle famiglie della città e dintorni. Le Orsoline offrirono a queste persone un asilo sicuro mentre i loro uomini erano stati trattenuti a Pola sotto il controllo dei Tedeschi.

Durante l’occupazione tedesca le famiglie di Cividale erano obbligate a dare ospitalità ai soldati tedeschi durante la notte. Da alcune note conservate nel diario del Monastero delle Orsoline scopriamo che anche i soldati Tedeschi erano stanchi della guerra, che si protraeva oramai già da diversi anni.

Anche a Cividale si ascoltavano le proibite trasmissioni di Radio Londra (captate da chi si poteva permettere di possedere una radio), che a partire dal 1938 aveva cominciato a trasmettere le principali notizie mondiali anche in lingua italiana.

1944  I FUCILATI NEL CAMPO SPORTIVO

Nella mattina del 18 dicembre 1944, un plotone composto da Repubblichini e da Nazisti al comando del fascista Antonio Bressan, su ordine dell'autorità germanica e su pressione degli stessi fascisti, eseguì la fucilazione di otto partigiani  presso il campo sportivo di Cividale del Friuli:

Bastiancig Rodolfo di 32 anni, da Višnjevik (Go), Compagnia Comando Bgr. Picelli;

Terpin Sojan di 19 anni, da Vipolže (Go), Brigata Picelli;

Marinič Anton, di anni 18, da Dobrovo (Go), Brigata Picelli;

Pahor Franc, di anni 20, da Opatje Selo (Go), Brigata Picelli;

Impalà Giacomo, di anni 30, da Santa Lucia del Mele (Me), Brigata Picelli;

Faidutti Aldo, di anni 21, da Saciletto (Ud), Brigata di pianura Garibaldi "Fontanot";

Puntin Lodovico, di anni 19, da Aquileia (Ud), Compagnia Comando Bgr, Picelli;

Rocchetto Severino, di anni 18, da Palazzolo dello Stella (Ud), Brigata Picelli.

I loro corpi rimasero esposti a monito per la popolazione. Solamente grazie all'intercessione di Monsignor Liva Valentino, mosso da pietà, dopo due giorni i corpi vennero tolti e sepolti in un  terreno situato oltre la caserma e che digradava verso il Natisone.

In loro memoria il campo sportivo venne intitolato ai "Martiri della Libertà".

IL 1945

Fra il dicembre 1944 e i primi mesi del 1945 in tutto il Friuli i bombardamenti divennero sempre più frequenti causando un aumento delle morti tra i civili e il terrore fra la popolazione.

L’8 febbraio 1945 a Savogna, furono prelevati e condotti dai tedeschi una quarantina di uomini mentre un gruppo di cosacchi saccheggiava le case portando via il fieno. Anche in questo caso Mons. Liva si fece da intermediario tutti gli arrestati fossero rilasciati.  Il Decano di Cividale conosceva molto bene la lingua tedesca ed era stimato anche dagli occupanti.

Mentre i bombardamenti si facevano sempre più frequenti ed il fronte di guerra avanzava verso il Veneto, le azioni dei partigiani contro gli occupanti si facevano sempre più decise.

All’inizio della primavera del 1945 i Tedeschi avevano eseguito dei lavori di assestamento delle rive del Natisone e costruito tre rifugi antiaerei scavati nelle profondità della roccia in prossimità del Convitto Nazionale. Nello stesso periodo diversi edifici pubblici e privati vennero requisiti e molte famiglie furono costrette a sfollare altrove; nella cittadina  si diffuse un senso di panico, di paura e di angoscia poiché si pensava che arrivo dei Comandi Tedeschi fosse imminente.

A metà aprile, inaspettatamente, venne sospesa ogni attività lavorativa e gli operai vennero licenziati.

Era iniziata la grande avanzata degli Anglo – Americani  che avendo sfondato la Linea Gotica stavano risalendo la penisola, mentre in Germania, le truppe sovietiche e alleate si dirigevano verso Berlino. 

Sabato 28 aprile 1945, alle ore 7 del mattino, si svolse un’aspra lotta fra alcune truppe tedesche e un gruppo di partigiani; ma questi ultimi, dopo un’intera mattinata di sparatorie, furono infine costretti a ritirarsi. La popolazione cividalese aveva la proibizione assoluta di muoversi dalle proprie abitazioni e nessuno poteva entrare o uscire dalla città: fu dichiarato lo stato d’assedio e per tre giorni nessuno poté circolare per le strade; vennero rastrellati 200 uomini perché si recavano al lavoro o perché sorpresi in città.

Domenica 29 aprile, sotto una pioggia battente, dalle ore 9 del mattino fino al pomeriggio si susseguirono forti detonazioni causate dalle mine con cui i Tedeschi avevano fatto saltare il parapetto del ponte dalla parte opposta all’ospedale, per una quindicina di metri.

Il 29 aprile 1945 muore Benito Mussolini.

Lunedì 30 aprile venne consentito alle donne di poter uscire di casa, solo durante la mattinata, per fare qualche provvista. Lo stesso giorno, Mons. Liva si recò presso il comando tedesco per cercare di liberare i prigionieri che, vennero rilasciati alla sera.

Martedì 1°maggio alle ore 7, la città venne bombardata da sette aeroplani che volavano a bassa quota.  All’alba, in località Barbetta, era scoppiata l’ultima battaglia fra la retroguardia  tedesca e i partigiani che avevano occupato Cividale. I Tedeschi erano appostati nel fossato sulla sinistra della strada statale n.54 mentre i partigiani erano dislocati a ridosso della strada e sulle finestre della locanda “Al Pomo d’oro”.

In seguito i Tedeschi si appostarono anche nel centro dell’abitato con alcuni carri armati ma vennero colti di sorpresa da un assalto di partigiani e davanti al Palazzo del Littorio, in Piazza Diaz, ci fu un violento combattimento. Al termine dello scontro i Tedeschi ebbero la peggio e molti  tra i loro giacevano a terra morti. Un loro plotone, sorvegliato da un partigiano armato,  fu fatto sfilare con le mani dietro la nuca; durante la marcia ci furono diversi tentativi di fuga.

LA LIBERAZIONE

Alle ore 13 del 1°maggio 1945 arrivarono, da Borgo di Ponte, i primi partigiani della Brigata Garibaldi; da Rubignacco arrivò la Brigata Osoppo mentre i Tedeschi continuavano a ritirarsi a piccoli gruppi isolati lungo la strada che conduce a San Pietro al Natisone.

Ma le scariche di mitraglia e di fucile perduravano; i Tedeschi continuavano a resistere e diedero fuoco ad un’ala della caserma Principe Umberto.  Le sparatorie si protrassero fino alle ore 16, ovvero fino a quando le campane iniziarono a suonare a festa per annunciare la resa dei Tedeschi e la Liberazione. 

Cividale alla sera del 1°maggio era liberata. La popolazione di cittadina ducale uscì per le vie dell’abitato trepidante di gioia, salutando i partigiani e abbracciandosi fraternamente l’un l’altro.

Mercoledì 2 maggio, verso le ore 9 del mattino, arrivarono le prime truppe inglesi: a Cividale si istallò un  Comando anglo – americano che aveva il compito di presidiare la città; gli inglesi nominarono sindaco della città l’avv. Brosadola Giovanni.

Vicino al tricolore furono issate le bandiere inglese e americana; per le vie e per le piazze sventolavano molte coccarde tricolore e molte bandiere italiane.

L’entusiasmo per la Liberazione aveva reso i cividalesi colmi di gioia e di euforia; per alcuni giorni si dimenticarono le sofferenze, i patimenti ed i lutti ma, nei giorni seguenti, la dura realtà prese il sopravvento.

MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE ALLA  CITTA’ DI CIVIDALE DEL FRIULI

Accogliendo l'appello del C.L.N.A.I che, il 14 giugno 1944, invitava gli italiani a passare decisamente all'azione, le brigate partigiane operanti tra il Natisone e il Torre, costituirono la Zona Libera Orientale del Friuli, comprendente i sei comuni di Attimis, Faedis, Lusevera, Nimis, Taipana, Torreano, nonché le frazioni di Povoletto e di Tarcento.

Le formazioni partigiane avevano l'appoggio delle popolazioni locali e di quelle di Cividale del Friuli che, per la sua tradizione patriottica e antifascista, assecondava con entusiasmo i combattenti impegnati a realizzare e a difendere, nella regione, di fatto annessa al Terzo Reich, un lembo di Patria italiana.

Tale impegno costò dolorosi sacrifici di vite umane, indicibili disagi peri reparti del C.V.L e per le popolazioni locali, che assistettero ad eccidi, incendi di interi paesi, a saccheggi e a indiscriminate deportazioni.  

I quattrocentoquattro caduti, partigiani e civili, sono il prezzo pagato.

Fin dal settembre 1943, la Città di Cividale del Friuli, sorresse ed alimentò con i suoi figli migliori, gli sforzi generosi dei reparti partigiani fino alla vittoriosa insurrezione popolare della primavera 1945.

Cividale del Friuli 8 settembre 1943 - 1°maggio 1945.

IL CONTRIBUTO DI CIVIDALE DEL FRIULI PER LA LIBERAZIONE

73 caduti tra i quali:

Manfredi Mazzocca "Tordo" Medaglia d'Oro

Blasigh Rino "Franco" Medaglia d'Argento

Ruttar Attilio Medaglia d'Argento

Tosoratto  Edoardo "Odo" Medaglia d'Argento

Calderini Anselmo "Ivan", primo caduto partigiano della provincia

Le decorazioni di:

Lizzero Gino "Ettore" Medaglia d'Argento

Lizzero Mario "Andrea" Medaglia d'Argento

1 Promozione militare per merito partigiano

1 Encomio solenne

1 Croce di guerra al V.M. per merito partigiano

207 Partigiani combattenti decorati di Croce di Guerra al merito

134 Patrioti

Deportati e internati:

116 Deportati o internati nei lager nazisti tra cui ricordiamo la partigiana Ines Pinosio, Angeli Orsolina e le concittadine Amalia e Elvira Piccoli.

Cividale del Friuli custodisce inoltre il sacrificio di:

105 Vittime, Partigiani, Militari, Civili fucilati alle Fosse del Natisone;

8 Partigiani fucilati al Campo Sportivo;

1 Partigiano seviziato e trucidato in via Gemona;

12 Partigiani di cui 6 cividalesi caduti nelle cinque giornate di combattimenti per la Liberazione della Città.

MONUMENTI DEDICATI ALLA LOTTA PARTIGIANA

Il più importante e significativo, anche dal punto di vista artistico, è il monumento alla Resistenza collocato nell'omonima piazza all'interno dei giardini dedicati alla Medaglia d'Oro Manfredi Mazzocca "Tordo".

Opera dello scultore friulano Ceschia Luciano fu realizzato nel 1975 grazie al contributo e alla progettazione degli architetti Pascolini Ennore e Botti Romano, alla consulenza artistica dei Maestri Colò Aldo e Bront Luigi e con il fondamentale apporto finanziario di Enti, Istituzioni Pubbliche e Private, dei partiti dell'arco costituzionale e di privati cittadini. Alla sua inaugurazione intervenne l'allora Presidente della Camera dei Deputati Sandro Pertini che nel 1978 sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica.

All'interno della Caserma "Francescatto" è stato posto un cippo che ricorda i fucilati alle "Fosse del Natisone".

Una lapide che si trova all'interno del Campo Sportivo "Martiri della Libertà", ricorda gli otto giovani partigiani fucilati il 18 dicembre 1944; tre di loro erano di nazionalità slovena e sulla lapide i nomi sono stati riportati in forma italianizzata, così come trascritti all'anagrafe comunale.

Una lapide sul cippo posto a fianco del ponte sul Rugo Emiliano, lungo la strada statale che da Cividale conduce a San Pietro al Natisone, ricorda alcuni dei caduti per la Liberazione della Città.  Essi sono i quattro garibaldini cividalesi di Gagliano: Della Pietra Luciano, Mulloni Aldo, Sturam Gino e Zanuttigh Pierfrancesco.

All’interno della fabbrica dell’Italcementi era stata posta, dentro la sala mensa, una lapide che ricordava i due operai Cicuttini Emilio e Movia Attilio trucidati dai nazifascisti. Con la demolizione dello stabilimento, avvenuta il 13 settembre 2008, la lapide venne asportata e conservata in luogo sicuro. Il 1 maggio del 2015, in occasione del 70° anniversario della Liberazione di Cividale, su iniziativa dell’ ANPI cittadina, con il coinvolgimento della Banca Popolare di Cividale, della Protezione Civile locale e con il sostegno del Comune di Cividale, è stato inaugurato il nuovo monumento dedicato agli operai dell’Italcementi fucilati dai nazi-fascisti che accoglie la lapide. L’opera, progettata dall’architetto Giovanni Vragnaz, è stata collocata presso l’edificio direzionale sede della Banca Popolare di Cividale del Friuli.

Anche il sacrificio di Manfredi Mazzocca "Tordo" e dei suoi compagni è ricordato da un cippo presente sul Monte Blegoš in Slovenia; invece presso l'ospedale "Franja" (in Slovenia) si trova la lapide che ricorda Rino Blasigh "Franco".

Molte altre località della Slovenia custodiscono lapidi che ricordano l'epopea della Divisione d'Assalto "Garibaldi - Natisone" ed i suoi numerosi caduti.

Il Monumento ai caduti in guerra collocato all'interno dei Giardini Pubblici "Italia", in viale Marconi, ricorda anche i caduti della Resistenza.

L’IMMEDIATO DOPOGUERRA

Nei giorni seguenti alla liberazione, si cercò di ripristinare la normalità nella cittadina.  Il 14 maggio, dopo due intere settimane, in seguito all’autorizzazione da parte del Governo Civile  vennero riprese le lezioni scolastiche all’interno della scuola delle Orsoline che era rimasta l’unica funzionante in città. Il Liceo classico Paolo Diacono fu prontamente occupato dai soldati di Tito e da partigiani sloveni, che avrebbero voluto inserirsi nel presidio e prendere possesso di una parte della città, ma in questo furono impediti dal Comando alleato. 

La presenza dei soldati titini, il IX Corpus Jugoslavo, creò una nuova preoccupazione a Cividale: vi erano in città alcuni partigiani garibaldini, comunisti, che parteggiavano per loro e  li favorivano nella speranza che Trieste , Gorizia e forse anche Udine fossero state annesse alla Jugoslavia.  Cominciò un duro confronto fra Garibaldini comunisti e Osovani, mentre a Trieste e a Gorizia la situazione stava diventando pericolosa in seguito ad alcuni eventi drammatici.

1946

La Venezia Giulia e la provincia di Udine erano state escluse dall’amministrazione italiana, contrariamente a quanto concordato con gli alleati per l’Italia settentrionale; solamente con il 1°gennaio 1946 il nord della nostra penisola fu restituita formalmente dal governo alleato all’amministrazione italiana. Dopo tale data vennero effettuate in diversi turni le elezioni amministrative che a Cividale avvennero il 31 marzo 1946 e nelle quali venne confermato sindaco l’avv. G. Brosadola.

Il 28 aprile, venne celebrata la “Giornata della Riconoscenza”; il sindaco assieme ai responsabili delle varie Associazioni presenti, al termine della celebrazione liturgica, espressero al Decano Liva la loro profonda gratitudine per la sua opera disinteressata a favore di Cividale e dei suoi abitanti.

Il 2 giugno il popolo italiano venne chiamato a pronunciarsi sulla scelta fra monarchia e repubblica; al referendum votarono per la prima volta anche le donne e ciò permise l’attuazione del suffragio universale. 

Vinse la Repubblica con 12.717.923 voti di contro ai 10.719.284 assegnati alla Monarchia e ne conseguì la rinuncia al trono da parte del re Umberto II di Savoia, subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali.

Nella città di Cividale del Friuli 2185 elettori votarono Monarchia mentre 3918 diedero la loro preferenza alla Repubblica.

Contemporaneamente al referendum venne eletta a suffragio universale l’Assemblea costituente, incaricata di procedere alla stesura di una nuova costituzione e alla nomina del Capo provvisorio dello Stato, che dieci giorni dopo la proclamazione ufficiale della Repubblica, il 28 giugno 1946, venne scelto nella persona del giurista Enrico De Nicola.

Per quanto concerne i voti inerenti alla Costituente questi furono i risultati raccolti a Cividale:

DC          2461

PS           1540

PC          1335

UQ           179

UDN        125

D d’A.       197 

PR            172

Nel mese di ottobre del 1946 il Comitato di Assistenza Postbellica di Udine affidò al Monastero delle Orsoline 32 orfani di guerra. 

 

1947 LA MORTE DI MONSIGNOR VALENTINO LIVA 

La presenza in città di Monsignor Liva si faceva sempre più rara poichè le sue condizioni di salute stavano peggiorando. Il 4 di ottobre alle ore 15.45 Liva, ormai costretto da molto tempo a letto, esalò l’ultimo respiro. 

L’Amministrazione comunale proclamò il Lutto cittadino. I funerali vennero celebrati il 7 ottobre alle ore 10; dalla chiesa di San Francesco venne trasportata in processione la salma nella Basilica  dove mons. L. Venturini celebrò la Messa esequiale.

Erano presenti i canonici dell’Insigne Collegiata di Cividale e del Capitolo Metropolitano, le Associazioni e le Confraternite, il sindaco di Cividale l’avv. Brosadola,la Giunta comunale e i rappresentanti dei Corpi Militari cividalesi.

Il Duomo era gremito di persone tanto che in molti dovettero rimanere fuori sul sagrato della chiesa o in piazza.  Durante il rito solenne, mons. Venturini illustrò la persona e l’operato di Mons. Liva e ugualmente fece il sindaco al termine della cerimonia. Con grande commozione pronunciò frasi di immensa riconoscenza per la sua opera svolta a Cividale. Finiti i discorsi, lentamente, l’interminabile corteo di gente cominciò a srotolarsi accompagnando il feretro al cimitero per l’ultimo commosso saluto.

1948

Il 1° gennaio 1948  entrò in vigore la Costituzione italiana: venne approvata con 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Alla conclusione dei lavori l’Assemblea Costituente si sciolse ed il 18 aprile dello stesso anno si ebbero le prime elezioni generali politiche della Repubblica che videro andare al voto 29.098.085  italiani di cui 13.898.607 maschi e 15.196.418 femmine.  L’affluenza alle urne fu massiccia: il 92,3% degli aventi diritto al voto.

I risultati delle elezioni, destinate a dare alla giovane Repubblica italiana la prima Camera dei Deputati ed il primo Senato della storia, rappresentarono un’inequivocabile conferma della svolta moderata attuata da De Gasperi ma aprirono anche una nuova fase per la storia della politica italiana. 

A livello nazionale, la Democrazia Cristiana con il 48,5% dei voti sfiorò la maggioranza assoluta, mentre socialisti e comunisti, presentatisi uniti al Fronte democratico popolare registrarono una sconfitta con il 31%.

Per quanto riguarda la Camera, i risultati furono i seguenti:

Democrazia Cristiana 12.751.841 voti

Fronte Democratico Popolare 8.025.990 voti

Per quanto concerne il Senato:

Democrazia Cristiana 10.740.131 voti

Fronte Democratico Popolare 6.955.228 voti

Nel Friuli Venezia Giulia il gruppo della Dc ottenne il 61,3% dei voti mentre il Fronte Democratico Popolare il 21,8%.

A Cividale del Friuli le elezioni del 18 aprile videro i seguenti risultati per quanto riguarda la Camera dei deputati:

Democrazia Cristiana 4201 voti

Fronte Democratico Popolare 2180 voti

Unità Socialista 663 voti

Blocco nazionale 240 voti

Luigi Einaudi divenne il primo Presidente della Repubblica italiana.

GLI ANNI DAL 1950 al 1970 

Dopo il secondo conflitto mondiale la città di Cividale del Friuli subì consistenti trasformazioni soprattutto per quanto riguarda il  centro storico. Nelle zone periferiche e in quelle limitrofe al centro urbano vengono intraprese grandi edificazioni che saranno effettuate utilizzando soprattutto la nuova tipologia della casa unifamiliare, sempre isolata al centro dei lotti. Il nuovo benessere rese accessibile tale modello di abitazione a molti strati della popolazione e dagli anni ’60 sarà il modello abitativo più desiderato. Dalla fine degli anni ’70, invece, e soprattutto dopo il sisma del 1976, contrariamente ci sarà la diffusione della casa a schiera.

Il più interessante intervento architettonico di questo periodo fu la ristrutturazione, nel 1959, del cinema-teatro Ristori ad opera di Ermes Midena, noto architetto friulano degli anni ’50, mentre l’architetto Gianni Avon progettò la ristrutturazione e l’ampliamento l’edificio comunale.

La popolazione di Cividale, dalle informazioni ricavabili dai volumi del censimento, nel quarantennio che va dal 1911 al 1951 si era mantenuta abbastanza stabile. Nel 1951 era di circa 11.400 unità.

Dai dati ottenuti da questo censimento, il primo effettuato dopo la seconda guerra mondiale, possiamo notare che c’erano ben venti località abitate autonomamente, identificate e censite: il capoluogo, sette frazioni e dodici nuclei abitativi. 

“Opportunamente bisogna puntualizzare che le località abitate si distinguono in centri abitati, nuclei abitati e case sparse. Per centro abitato si intende identificare un aggregato di case contigue caratterizzato dalla presenza di almeno un luogo collettivo di unità sociale, quale la chiesa, la piazza, l’osteria e la bottega. Il nucleo abitato, oltre ad essere un aggregato di case più piccolo, è privo di un punto di riferimento per la comunità, mentre le case sparse sono “disseminate per la campagna o lungo le strade” e non possono costituire un nucleo. La frazione geografica, invece, identifica “ parte di un territorio comunale comprendente di norma un centro abitato, nonché nuclei abitati e case sparse gravitanti sul centro”. 

A partire dal 1961 scompaiono pure le frazioni di Carraria e di Grupignano e alcuni nuclei minori i quali sono assorbiti dal cittadina ducale assieme ai loro abitanti.

I residenti di Cividale, inteso come capoluogo di Comune, aumentano di circa 600 anime nel corso del decennio, sostanzialmente la stessa entità degli abitanti complessivi delle frazioni sopra nominate e località abitate soppresse dal punto di vista amministrativo.

Dal 1971 l’opera di contenimento dei centri e dei nuclei abitati vide la cancellazione delle entità autonome di Gagliano (frazione) di Madriolo e Zuccola (nuclei abitati).

Nel 1951 la popolazione residente risultava così suddivisa:

8.808 abitanti nei centri; 727 nei nuclei abitati e 1910 nelle case sparse per un totale di 11437 persone.

Progressivamente, dal 1951, si assistette alla progressiva diminuzione degli analfabeti.

La popolazione attiva, ovvero il rapporto tra gli occupanti ed il totale della popolazione residente, nel 1951 era di  4579.

Sempre nel 1951 gli addetti al settore agricolo erano il 28,2% della popolazione attiva; nel settore industriale il 29,2% e nel settore terziario gli addetti erano il 42%.

Nel dopoguerra il lavoro agricolo subì una perdita altissima di addetti ai lavori: molte persone a seconda dei periodi andarono ad ingrossare, o le file dell’emigrazione o il settore dell’edilizia (fino agli anni ’60) oppure a dare vita ad una nuova figura, negli anni ’70, del contadino operaio che poi andò a caratterizzare fortemente l’agricoltura friulana.

A Cividale, complice la forte e crescente industrializzazione, questa figura è andata poi in forte aumento. La struttura aziendale tipica era quella della coltivatrice diretta che negli anni ’70 rappresentava il 94% delle aziende operanti nel settore con ben 601 aziende e, coltivava l’86% della superficie agricola utilizzata.

Negli primi anni ’70 sorse la zona industriale, (tecnicamente definita IX Zona industriale regionale) gestita dal Consorzio per lo sviluppo industriale del Friuli Orientale che era costituito nel maggio del 1970 e di cui fecero parte 14 Comuni del cividalese. Svolse e svolge tutt’ora un’importante ruolo nella realtà sia sociale che economica della società del cividalese e delle Valli del Natisone offrendo ben 1000 posti di lavoro.

Un altro importante settore è quello vitivinicolo. Dagli anni settanta in poi vide una grandissima espansione favorita soprattutto dalla politica della Regione che destinava contributi a fondo perduto per la creazione di nuovi vigneti e dalla nascita nel 1972 (con legge statale del 1970) della “Zona a Denominazione di Origine Controllata” (DOC)  denominata “Colli Orientali del Friuli” con sede a Cividale del Friuli.

Il territorio del comune di Cividale è compreso entro due DOC: quello, appunto, dei “Colli Orientali del Friuli” che copre la fascia pedemontana e quello delle “Grave del Friuli” che comprende la fascia pianeggiante. Complessivamente i “Colli Orientali del Friuli” comprendono oltre 2000 ettari di vigneto che si estendono dalla fascia collinare orientale della provincia di Udine al confine con la Slovenia.

A Cividale si trovano inoltre alcune significative imprese manifatturiere ed opifici che ne hanno segnato la storia.

Le prime  realtà produttive ed i primi passi verso l’industrializzazione di Cividale, si hanno già da subito dopo la Grande Guerra con la costruzione di due grandi stabilimenti, quello delle “Società riunite di cemento e calce” di Bergamo, che sfruttava per la produzione le cave marnose del territorio circostante, occupando complessivamente dai 300 ai 400 operai, e quello della “SETSA” di Torino, che occupava 70 operai e che produceva estratti tannici per la concia delle pelli, potendo contare sulla presenza nei boschi della zona di numerosissimi castagni che fornivano materia prima. 

Nel secondo dopoguerra prosegue l’attività di diversi opifici sparsi sul territorio comunale: la cartiera Pussini, che sfruttava come forza motrice le acque incanalate del Natisone e che occupava 20 operai, la filanda Moro che occupava stagionalmente una ottantina di operaie, l’essiccatoio cooperativo bozzoli, una fornace di laterizi e l’altra fabbrica di cemento di proprietà della “Cementi Friuli” di Udine, cha dava lavoro a pochi operai. 

Queste industrie operarono fino alla metà degli anni ’50 quando vennero chiuse o ristrutturate. Infatti dal 1951 al 1961 si ha la scomparsa degli stabilimenti chimici che occupavano il 6,6% degli addetti del settore manifatturiero, mentre le industrie della lavorazione dei minerali non ferrosi passano da 571 addetti a 276, a causa dell’ammodernamento degli impianti. per la lavorazione del cemento. Altri opifici come la filanda, la cartiera e l’essiccatoio cooperativo bozzoli continuarono ad operare fino alla metà degli anni sessanta periodo in cui cessarono definitivamente la loro attività.

L’industria metallurgica e meccanica, dagli anni ’50 in poi grazie soprattutto alla istituzione della zona industriale, vide una forte espansione, così pure  le industrie di abbigliamento, vestiario, pelli e calzature, furono in grande vigore soprattutto negli anni ’60.

Grazie alla presenza, nel territorio cividalese, della produzione della Gubana, il tipico dolce delle Valli del Natisone, vi fu un aumento registrato anche nel comparto alimentare.

Tradizionale è la presenza dell’attività di distillazione rappresentata da un’azienda quale la distilleria della Famiglia Domenis con sede a Gagliano, fondata nel lontano 1898.

Va ricordata inoltre la presenza di produzioni lattiero – caseari ed altre attività, non più operanti, che producevano biscotti, torrone, pasta alimentare e trasformavano la frutta.

Anche il settore del legno conosce una fase di espansione, specialmente negli anni Settanta, influenzato soprattutto dalla vicinanza di Cividale al cosiddetto Triangolo della sedia. Sorsero in quegli anni delle piccole industrie a conduzione familiare con 10-15 operai addetti all’assemblaggio, all’impagliatura, levigatura e verniciatura del prodotto.

Attualmente le strutture aziendali cividalesi, in genere, sono di piccole e medie dimensioni; occupano i settori del legno, dell’edilizia e dell’impiantistica e sono le eredi di quella realtà professionale, formatasi nel corso dei primi anni del Novecento, grazie anche alle scuole di arti e mestieri della SOMSI e dell’IFO.

Un’altra forma di artigianato che divenne arte fu quella del ferro battuto, del legno, della decorazione a stucco e a pittura, della pietra, del rame, dell’oreficeria;  in queste attività si  generarono delle vere e proprie scuole artistiche con alcune figure di spicco come: Moschioni Giuseppe Balilla, Gallinaro Luigi, Costaperaria Luigi, Jacolutti Giuseppe, Geretti Antonio, Morandini Leone.

Per quanto concerne le cave di pietra piasentina, ne va segnalata la numerosa presenza in zona; tale pietra è un ottimo materiale per l’edilizia ed offre una significativa occupazione per la popolazione nelle imprese del cividalese, sia nel settore dell’estrazione ma anche in quello della trasformazione.

Da sempre Cividale è stata una città di commercianti, bottegai; ricca di negozi e di esercizi pubblici con il mercato settimanale che si tiene nel giorno di sabato.

Nel secondo dopoguerra divenne città di guarnigione, presidio militare;  il settore commerciale cittadino venne sostenuto, per una buona parte, dalle esigenze delle truppe presenti nelle caserme “Francescatto” e “Zucchi” a Cividale, “ Vescovo” a Purgessimo e in quelle di Ipplis e Grupignano. Questo presentava una conduzione di tipo familiare: nel 1951 c’erano 231 addetti, nel 1961 erano 436 e nel 1971 erano 567.

Negli anni sessanta, e precisamente nel 1966, accanto al patrimonio storico, artistico e documentario che si rivolgeva agli studiosi e cultori della materia e ai ricercatori, si affiancò la Biblioteca Civica, istituita con la delibera n.77 del 27 luglio, dal Comune di Cividale. Con lo stesso atto si approvò lo statuto e se ne decretò l’apertura al pubblico, garantendone il funzionamento.

La Biblioteca venne avviata ufficialmente il 26 novembre del 1968. In quell’anno registrava un patrimonio librario di 2776 volumi ed opuscoli, su una base di alcune donazioni effettuate da Enti pubblici e su un nucleo di libri offerti dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione.

La Biblioteca naque dalla fusione di due centri di lettura facenti capo ad organizzazioni private che avevano già cercato di diffondere tra la popolazione la cultura e l’interesse per il libro: il “Circolo Cividalese di Cultura”, sorto per volontà di alcuni intellettuali della Città nei primi anni del dopoguerra e il “Centro Studi P.S. Leicht”.

La prima sede della Biblioteca si trovava in Piazzetta Terme Romane n.1, nel palazzo del Liceo Classico, ex “Palazzo Claricini”, nel centro storico. Il trasferimento, nella sede attuale, avvenne nella primavera degli anni ’80.

Al momento della sua nascita, la Biblioteca, era al centro di un comprensorio di venti Comuni: Attimis, Buttrio, Corno di Rosazzo, Drenchia, Faedis, Grimacco, Manzano, Moimacco, Povoletto, Premariacco, Prepotto, Pulfero, Remanzacco, San Giovanni al Natisone, Savogna, Stregna, Torreano con una popolazione complessiva di 62000 abitanti. 

 

L’ ITALCEMENTI

Nella seconda metà dell’Ottocento, vennero gettate le basi per l’impianto di quell’industria che tanto segnò l’economia del territorio cividalese.

Nelle valli cividalesi erano presenti dei giacimenti di marna (il composto di argilla e carbonato di calce che costituisce la base indispensabile per la produzione dei moderni cementi) che, nel 1906, su iniziativa di Arturo Malignani, vennero localizzati nella vasta zona eocenica collinare tra l’alto corso del torrente Torre e il medio corso del fiume Isonzo.

Pochi anni dopo questi giacimenti iniziarono ad essere sfruttati dalla “Società Fabbriche Riunite di cementi del Friuli” e dalla “Società Italiana dei cementi e delle calci idrauliche. Società Riunite: Italiana – F.lli Pesenti – Radici e Previstali” (la futura “Italcementi”).

Le cave di marna si trovavano a Gnivizza (Torreano) e Antro – Tarcetta (San Pietro al Natisone, Pulfero), Vernasso e Sanguarzo.

Nel 1910 la “Italcementi”, seguita nel 1925 dalla “Società Fabbriche Riunite di cementi del Friuli” iniziò a costruire i propri impianti.

La “Società Fabbriche Riunite di cementi del Friuli” venne fondata nel 1906 da Arturo Malignani (1865 – 1939) e si dette avvio allo sfruttamento delle cave della valle del Chiarò in comune di Torreano realizzando una teleferica di nove chilometri per trasportare la marna da Canalutto alla stazione ferroviaria di Cividale da dove era convogliata per la lavorazione (fino al 1952, anno della costruzione del nuovo stabilimento di Cividale) alla fabbrica ubicata alle porte di Udine. 

La “Italcementi”, invece, si approvvigionava nelle cave di Tarcetta in comune di Pulfero e nel 1921 – 1922 realizzò una ferrovia a scartamento ridotto lunga circa dieci chilometri che da questa località portava il materiale a Cividale. Antonio Pesenti (1880-1967) dal 1911 ne fu il consigliere delegato e poi il Presidente.

La costruzione di questi due stabilimenti industriali caratterizzò il territorio cividalese per quasi un secolo e determinò anche l’economia di una buona parte della popolazione cividalese.

Durante la Grande Guerra sia gli impianti della  “Società Fabbriche Riunite di cementi del Friuli” che della “Italcementi”, vennero gravemente  danneggiati. Lo stabilimento di quest’ultima venne ricostruito e così pure rimodernato in brevissimo tempo.

Gli operai dei due cementifici furono la punta di diamante della classe operaia di Cividale. Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale sorse il sindacato dei lavoratori a rappresentare e a sostenere le lotte della classe operaia.

Agli inizi degli anni Cinquanta la “Società Fabbriche Riunite di cementi del Friuli” venne acquistata dalla “Italcementi” e incorporata a decorrere dal 1° gennaio 1952.

Nel 1961, affinché fosse riconosciuto il premio di produzione ai cementieri, si mise in atto il più duro sciopero del dopoguerra avvenuto alla “Italcementi”: 38 giorni continuativi di astensione dal lavoro che causarono grave sofferenza economica per gli operai e per le loro famiglie. 

La Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione, il mese di giugno del 1961, promosse la creazione di un Comitato per la sottoscrizione di solidarietà con le famiglie dei cementieri. A tale Comitato aderirono anche la Pro Loco, l’Associazione Mandamentale Artigiani, l’Associazione Commercianti e Esercenti, l’Università popolare, il Circolo di cultura e alcuni partiti politici (Dc, Pci, Psdi, Psi e Partito Radicale).

Alla fine degli anni Sessanta si formò anche il primo Consiglio di Fabbrica del Cividalese, presso l’Acciaieria Cividale e, tale esempio, venne seguito anche in altre industrie della zona, tra cui “l’Italcementi”.

Il Consiglio di Fabbrica, aveva il compito di orientare le lotte degli operai e, seppure nelle difficoltà, riuscì sempre a raccogliere molti e crescenti consensi ottenendo risultati inaspettati come: il rinnovo dei contratti, la variazione degli orari per i turnisti, i passaggi di categoria, l’aumento di merito e l’indennità di reparto.

Tra gli anni ’60 e ’70 in tutta la Nazione ci fu una grande stagione di lotte operaie che prese avvio da quel periodo detto autunno caldo del 1969.

Come nel resto dell’Italia anche a Cividale si assistette ad uno sviluppo sindacale e alla massiccia adesione agli scioperi, nazionali e locali, pur considerando che l’accrescimento del settore industriale, e con esso della classe operaia, fu sempre difficoltoso.

Gli anni ’70 videro un progressivo assottigliarsi del numero dei dipendenti che dalle 550 unità del 1950 divennero 150 unità del 1973. Per quanto riguarda “l’Italcementi”Inizialmente venne chiusa la cava di Gnivizza, mentre la produzione veniva alimentata solo dalla nuova cava di Vernasso; poi la produzione gradualmente rallentò. Prima cessarono di funzionare i molini, poi i forni ed in seguito l’ex “Cementi del Friuli” venne lentamente smantellata. 

La società lamentava la congiuntura economica e fece ricorso alla cassa integrazione. Non rispettò gli accordi sottoscritti nel 1983 nei quali si impegnava a riaccendere i forni e a riprendere l’attività nell’arco di pochi mesi. Le ragioni erano dettate dalla “caduta delle vendite” e dalla “concorrenza di altri cementifici vicini”. Il ricorso alla cassa integrazione portò alla società benefici finanziari da parte della Regione e del Governo ma purtroppo non  indusse la stessa a riprendere la produzione.

Nel 1987 la scelta della chiusura dello stabilimento non fu dettata dal calo dei consumi ma, molto probabilmente, da scelte legate ad altre motivazioni. 

Lo storia del cementificio terminò definitivamente sabato 13 settembre 2008 alle ore 22 quando si dette avvio, con una cerimonia ufficiale, alla sua demolizione.  

6 MAGGIO 1976

Catastrofico terremoto in Friuli. Alle 21 una scossa sismica dell’ottavo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie. A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all’aperto. L’alba ci mostra i segni dell’immane disastro. 

È il 6 maggio del 1976: sono le ore 21 di un’altra giornata insolitamente calda per la stagione e si respirava una strana atmosfera. Una scossa di intensità del 6,5 Richter pari al 9,5°-10 MCS fece tremare per quasi 60 secondi una vastissima aerea del Fiuli a partire dall’epicentro che era nei pressi di Gemona, sotto il monte San Simeone. A Cividale non ci furono crolli significativi ma molti edifici del centro storico subirono danni come anche i borghi rurali. Furono circa un migliaio gli interventi di ripristino, di consolidamento e rifacimento del patrimonio edilizio. Nella zona dell’ex stabilimento della fabbrica del tannino venne costruito un villaggio di 100 alloggi prefabbricati con 400 letti a disposizione sia per gli sfollati ma anche per chi era addetto ai lavori di riparazione.

Per la città però la scossa più grave fu quella del 9 maggio 1976 alle ore 01.53’42” con una intensità Richeter di 5,3. 

Venne evacuato l’ospedale civile e vennero allestite numerose tendopoli ed alloggi provvisori. I cividalesi che abbandonarono la città per recarsi nei centri costieri furono 557. 

Numerose le scosse che si susseguirono, ma le peggiori furono quelle che si ebbero nel mese di settembre. La prima avvenne sabato 11 settembre e la seconda il 15. Le scosse iniziarono poco prima dell’alba per poi avere il culmine alle ore 11.25 con una intensità di 6,1 Richter. Nuovamente si rivisse l’incubo del 6 maggio.

In Friuli i lavori di ricostruzione, come a Cividale, partirono immediatamente.

La cittadina ducale, dopo il sisma del 6 maggio 1976, venne dichiarata rientrante nei comuni gravemente danneggiati.

A Cividale sia l’opera di ristrutturazione di tutti gli edifici danneggiati che quella di ricostruzione degli edifici distrutti si  concluse nel migliore dei modi riuscendo a rilanciare l’apparato produttivo e attuando progetti infrastrutturali significativi.

Con il terremoto del 1976 si rifece viva quell’ancestrale paura verso gli elementi naturali trasfigurata nelle credenze popolari attraverso le sembianze dell’Orcolat, quel mostruoso essere che la tradizione friulana vuole viva rinchiuso fra le montagne della Carnia e che a ogni suo agitarsi provocherebbe un terremoto portando con sé morte e distruzione.

Quello che il popolo friulano comunque ricorderà di questo tragico evento sarà la paura, il dolore, le perdite umane e materiali, ma anche l’intimo sentimento di impotenza di fronte alle forze della Natura e alla fragilità dell’essere umano.  

 

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SITOGRAFIA

www.lagrandeguerra.info/articoli.php?i=35

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www.homolaicus.com