Qualche storta sillaba a cento anni dalla nascita di Guido Tavagnacco

Qualche storta sillaba

a cento anni dalla nascita di Guido Tavagnacco

dal 3 Luglio al 2 agosto 2020 - Venerdì, sabato e domenica - 10.00/13.00 // 15.30/19.30

Chiesa di Santa Maria dei Battuti

 

Eugenio Montale scrisse, nella celebre "Non chiederci la parola", che al poeta non puoi chiedere formule che mondi possa aprire ma solo qualche storta sillaba.

Mentre Montale scriveva questi pensieri, Guido Tavagnacco nasceva a qualche chilometro da Cividale e Moimacco, in una campagna assolata d'estate e grigia d'inverno, dove la natura offriva qualche "storta sillaba" di infiorescenze spesso spontanee, talvolta guidate dalla mano dell'uomo.

La dura vita contadina, cadenzata dal sorgere del sole e dal faticoso lavoro, si svolgeva in una continuità ripetuta e stanca, il giovane Guido Tavagnacco sentiva l'urgenza di un riscatto sociale e morale di se stesso prima, e di una comunità contadina poi.

Prima se stesso perché inizialmente doveva prendere coscienza di essere e di divenire.

E così fu studente a Venezia e l'arte lo avvolse con il suo tattile fascino e lo rapì il disegno. E così cominciò a dare forma a qualche storta sillaba segnica, sinestesie e ossimori a colori, lavorando duramente sulla carta e sulla tela come un contadino che scava nella terra per ricavare ciò che già appartiene alla terra ma che è in fieri, la cosa che verrà, il quid che esiste in potenza, ma in atto deve ancora giungere.

I rimandi furono ai grandi del Novecento, alle personalità che stavano edificando l'edificio affascinante che si chiama storia dell'arte, così apparve fin dall'inizio della sua ricerca, il richiamo al realismo, al post-impressionismo, all'espressionismo, con qualche annotazione anche astratta e qualche inclinazione all'informale.

Guido Tavagnacco non fu mai assoluto, la sua pittura perlustrò con umiltà tutti i percorsi artistici senza prendere una direzione totalizzante.

Così lo sperimentalismo continuò e la sedimentazione della ricerca lo accompagnò in un mondo che deve essere perlustrato, studiato e scomposto in tutte le sue storte sillabe.

Accanto alle immagini che ci portano sul Ponte del Diavolo a Cividale troviamo i contadini che lavorano nella danza della quotidianità, scopriamo i compagni di gioventù e di maturità nella ricca ritrattistica e il girasole, fiore della campagna che anela alla luce cercandola, come il pittore anela ad essa per la tela.

Ma il riscatto sociale del giovane, che cerca a Venezia nuovi modi di essere, si accompagna al riscatto morale da lui testimoniato ai coetanei che assieme a lui raggiunsero la montagna per la prova della Resistenza, durante la Seconda Guerra Mondiale. E anche in questo contesto nuovi segni e nuovi colori furono protagonisti della sua vita.

La ricerca si accompagnò alla docenza e l'incontro con la scuola fu formativo perché il dare si congiunse con il ricevere, come accade ad ogni insegnante, la pittura quando è arte e creatività non è trasmissibile direttamente, ma in questo senso pesa l'esempio.

Gli anni della maturità furono vissuti in un contesto di continuità con la riflessione e di instancabile attività, nello studio udinese a pochi passi dalle Gallerie e dagli studi degli amici con i quali condividere esperienze e pensieri.

Dopo la morte, avvenuta nel 1990, una parte della vasta e articolata produzione di Guido Tavagnacco è stata donata dalla signora Liliana Tonero Tavagnacco alla Fondazione de Claricini, la metà di essa o quasi viene oggi proposta in questa mostra con la quale il Comune di Cividale vuole ricordare l'illustre friulano. La Chiesa di Santa Maria dei Battuti è la cornice più nobile della città ducale per offrire alla cittadinanza e ai turisti un incontro con l'arte.

Sia profondo l'incontro con il maestro della storta sillaba, del segno rapido e istintivo, quasi riassuntivo, duro e docile al tempo stesso, fragrante e luminoso nel colore, struggente e malinconico, vitale e avvolgente come il vento di queste campagne.

 

Vito Sutto

31 maggio 2020