"LO DECIDERA' IL VENTO" - Mostra Antologica di Loretta Dorbolò

a cura dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Cividale del Friuli e del Kulturno drustvo_Circolo di Cultura Ivan Trinko di Cividale del Friuli.

"Pazientemente ho galoppato a perdifiato
in una sfinente marcia senza movimento"
- Loretta Dorbolò

La chiamavano Codes l'ultima bambina nata in casa Dorbolò, detti i Tonzinella, in un mattino di luglio del 1950.Loretta cresce con i genitori e tre sorelle in una famiglia allargata - con nonna, zii e cugini - in quel di Biarzo, un piccolo borgo del comune di San Pietro al Natisone, fatto di poche case raggruppate intorno al fiume Natisone e ai piedi di quei monti della Slavia friulana che tanto hanno potuto nel suo immaginario emotivo e artistico.
Fanno storia i valori, le tradizioni, il sudore della terra, i tanti adulti che si occupano di una moltitudine di figli e nipoti, in un susseguirsi di stagioni e ruoli: i mesi della semina e del raccolto, i mesi freddi fatti per radunarsi numerosi intorno al tepore del camino a conversare e raccontare le antiche storie di orchi e di streghe: personaggi fiabeschi della tradizione popolare, la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Fanno la loro comparsa ricordi piacevoli dell'infanzia, forte di affetti e attenzioni. Più conflittuali, invece i rapporti da adolescente, quando il suo spirito ribelle cozza contro quella parte di mondo adulto che guarda solo alle apparenze.
Seguono le amicizie, i primi diari che raccolgono le timide confessioni di un'anima inquieta, che spesso si sente incompresa.Col matrimonio segue l'uomo prescelto, lascia la propria terra e porta con sé quella nostalgia della memoria che insinua una sottile e tenace sofferenza, sanata proprio attraverso la pittura. Le tele si popolano di ricordi e fantasmi che finalmente si materializzano e la portano ovunque: non vi sono regole né confini per la Dorbolò, la sua mano è guidata da una spontaneità totale, da profondi moti dell'anima.
Fanno storia i valori, le tradizioni, il sudore della terra, i tanti adulti che si occupano di una moltitudine di figli e nipoti, in un susseguirsi di stagioni e ruoli: i mesi della semina e del raccolto, i mesi freddi fatti per radunarsi numerosi intorno al tepore del camino a conversare e raccontare le antiche storie di orchi e di streghe: personaggi fiabeschi della tradizione popolare, la cui origine si perde nella notte dei tempi.

“A far crescere i bambini li aiutava l'abbraccio della valle, fatto di tante piccole cose che sapevano lasciare addosso un profumo ed un sapore particolari. Nella mia famiglia eravamo in diciassette, era la più numerosa tra le undici che componevano il mio paese.
Stavamo tutti insieme in una grande casa dove mia nonna Maria, vedova di guerra, aveva dovuto far crescere i suoi sette figli da sola, ed ora continuava a tenere le redini con la stessa severità. Ognuno aveva il proprio ruolo e, anche se eravamo in tanti, non ricordo neppure una volta in cui ci fossero dei disaccordi.
Noi bambini ascoltavamo a bocca aperta e tenevamo il fiato sospeso tutte le volte che la zia Angelina ci raccontava le storie. Ascoltavamo di una certa crivapeta, una donna con talloni rivolti in avanti che mangia i bambini, e di una certa tantasmota, donna dalla voce molto suadente che ti invita insistentemente a seguirla. Tu la segui incantata finché ti ritrovi in luoghi pericolosissimi, dove la tantasmota ti abbandona e tu precipiti in qualche burrone. Fiabe da brivido, e sono certa che ne subirei ancora il fascino, perché poi non è che gli adulti fossero del tutto consapevoli di raccontare favole; io ho sempre avuto l'impressione che anche i grandi parlassero di questi misteriosi esseri temendoli quanto noi bambini.
Ricordo infatti il periodo in cui si scartocciavano le pannocchie e nella mia casa si riunivano anche gli altri paesani, un po' per dare una mano ma molto per il piacere di stare in compagnia. Se ci penso, mi viene in mente identica l'atmosfera di quelle bellissime serate, fatte di occhi sgranati, di orecchie tese, di risatine incerte, di fiati in sospeso e del gesticolare di chi raccontava con espressione misteriosa e voce grave di fantasmi, di stralisi, crivapete e tantasmote. Tutti, grandi e piccini, erano attenti e le voci diventavano sommesse, il bisbiglìo delle donne più fitto e gli occhi dei bambini attenti alle finestre e alle porte e al fruscio dello scartocciare le pannocchie. Mi ritornano alla mente, a proposito di serate a Biarzo, quelle in cui un uomo di un paese vicino veniva a suonare la fisarmonica. La mia casa era una delle più grandi, quindi di solito, nonna permettendo, tutti i paesani giovani e vecchi si portavano dietro la loro sedia e venivano a far festa da noi.”